giovedì 2 marzo 2017

I CAVALIERI


A  CURA DI :  @mariogrimaldi








Diventare cavalieri non era solo un diritto acquisito ma soprattutto significava esser votati ad una vita di duro sacrificio, infatti, il bambino destinato a diventare cavaliere riceveva un'educazione militare.




A sette anni imparava a montare a cavallo: a dodici lasciava la sua famiglia per andare a servire un signore, in genere amico del padre, del quale diventava prima paggio (in questa condizione era spesso anche al servizio della signora), poi scudiero, con l'incarico di trasportare il pesante scudo del feudatario.

Finalmente, a sedici o a diciotto anni, diventava cavaliere mediante tutta una cerimonia di carattere sacro: la vestizione, durante la quale, dopo una notte di veglia e preghiera nella cappella del castello. gli veniva consegnata solennemente la spada. Da li in poi, il cavaliere doveva distinguersi da ogni altro membro della società per la vita che conduceva e per il suo comportamento. Aveva il dovere di essere generoso, cioè non avaro, ma anzi pronto a dissipare le sue ricchezze in doni, feste ed elemosine, leale e fedele nei confronti del suo signore e dei suoi compagni, coraggioso e pronto, dunque a battersi di fronte alla minima provocazione; inoltre, come cristiano doveva difendere la Chiesa. 
Questo in teoria. Nei fatti le cose andavano molto diversamente. Infatti il problema dei feudatari e dei loro cavalieri era che essi continuavano ad avere come cultura e come e come unica ragione di vita la violenza e trascorrevano quasi tutto l'anno a razziare e combattere. 
La turbolenza dei cavalieri era tale che si cercò di "incatenarla" nello spettacolo sportivo del TORNEO.
Grazie per l'attenzione.
@mariogrimaldi.