lunedì 18 giugno 2018

IL CASTELLO ARAGONESE DI SASSARI - TRA FINZIONE E REALTA'



A cura di : Mario Grimaldi    -







Mal di Castello Aragonese

I rapporti dei Sassaresi di allora con questa meraviglia di castello non erano dei più "sereni", se pur attratti da una grande ammirazione, ne avevano una giustificata paura. Così , quando durante il periodo dell'alacre attività del tribunale dell'inquisizione, che appunto presso il Castello Aragonese aveva sede, i nostri antichi concittadini stavano ben attenti, specialmente nelle ore più tarde delle serate invernali, di transitare i lu Pianu (P.zza Castello). Perchè, dicevano i vecchi, soprattutto durante le giornate dedicate alle esecuzioni di sentenza di morte dei prigionieri condannati, gli spiriti di questi vagavano per la piazza; molta fantasia, naturalmente, ma i motivi per i quali si stava il più possibile alla larga del Castello erano altri. 

La Piazza antistante fino ai primi anni dell' ottocento non era ancora neanche livellata, irta di spuntoni di roccia e tali condizioni rendevano pericoloso il transito. Per ciò chi azzardava avventurarsi al buio doveva ben stare attento e badare dunque , oltre che alla strazio procurato dalle urla dei poveri condannati alla pena capitale, anche a dove poggiava i piedi per evitare rovinose e cadute con conseguenze traumatiche anche gravi. Senza tener conto che potevano farsi incontri poco piacevoli. Era dunque d'obbligo, per il motivo succitato, girare a largo da quell'enorme spazio giudicato pericoloso. Si sa , comunque, che quell'enorme spiazzo non era mai utilizzato quale teatro per le esecuzioni di condanna a morte e neppure per quelle che il Santo Uffizio chiamava "auto da fè" ovvero la morte sul rogo degli inquisiti ritenuti colpevoli di delitti contro la fede. Questi "auto da fè" venivano sempre infatti messi in atto, (come asseriva E. Costa), presso la Carra Manna "P.zza Tola " ritenuta allora la più transitabile e più grande di Sassari. Per cui si presume o meglio si capisce che gli Anziani sassaresi quando raccontavano queste spaventose storie, tramandate dagli ascendenti, fiorivano con un bel pò di mistero fatti che probabilmente scaturivano solo dalla loro immaginazione, e sicuramente, anche, con lo scopo di suscitare un pò di timore specialmente dei bimbi auditori delle loro "terribili" storie.
Forse il più grave errore urbanistico della città si è consumato in quella incomprensibile demolizione a seguito della quale , secondo E. Costa la popolazione sassarese ebbe l'impressione che: " le avessero strappato dal cuore le più care memorie" quando il vuoto di Piazza Cavallino sostituì l'incombente mole del Castello e il verde Square invase la residua area del Pianu di casteddu.

In tempi meno remoti, probabilmente il Castello era abitato da grossi funzionari regionali e comunali che ne avevano ricavato uffici di prestigio e che, forse ( così ci viene da immaginare), utilizzavano i saloni quale palcoscenico di importanti riunioni o sfarzose feste invitati delle quali i notabili cittadini, ed è così, che il mio amico Capitano (Giuseppe Idile) nella simulazione nell'immagine sottostante, ha voluto descrivere l’arrivo a palazzo di nobili uomini e dame dalla strepitosa eleganza che accompagnati, da "pittoreschi" valletti, si facevano guidare verso la sala del ricevimento.
Ma al di là di queste deboli (in quanto non confortate dai cronisti dell'epoca, ma solo da qualcosa di sentito dire dai vecchi) considerazioni, corre l’obbligo di dover provare a descrivere molto brevemente come si doveva svolgere, in tempi più lontani, la vita a castello quando occupato da reggenti del governo e i suoi fedelissimi. 
Certamente la vita dei nobili divenne, allora, un meccanismo spietato dominato dall’etichetta (cioè dalle rigide prescrizioni del cerimoniale) capace di stritolare individui e patrimoni: tutto si svolgeva attorno al protagonista assoluto che era, ovviamente, il più potente dei potenti. La vita della nobile comunità (non molti fortunati, però, venivano ammessi alle stanze) trascorreva nei tentativi disperati di mettersi in luce e magari entrare nelle grazie del sommo Signore.
Così si svolgeva la vita, tra molto lusso ma poche comodità: Il Castello (come tutti i Castelli) era sicuramente sfarzoso ma non confortevole. D’Inverno i corridoi e le stanze erano attraversati da correnti d’aria gelida e le strutture igieniche erano scarse, come pure era poco curata la igiene personale.





venerdì 1 giugno 2018

Sassari sul mare dalla grande guerra agli anni 60.

A cura di Ezio Pancrazio Vinciguerra





Prima pubblicazione 09/05/2015
LE PROMESSE DEI MARINAI...SONO STATE RISPETTATE.

BUONA LETTURA E SPERIAMO BUON INIZIO PER VOSTRE FUTURE INIZIATIVE.

UN ABBRACCIO A TUTTI GRANDE PROPRIO COME IL MARE CHE CI CIRCONDA E UNA ESORTAZIONE AL MIO AMICO GIUSEPPE ( CAPITANO MUSICA ) A NON STUZZICARE MAI IL CUORE SINCERO DEGLI EMIGRANTI DI POPPA COME NOI.


1a Guerra Mondiale – Piroscafo postale “Città di Sassari”
Il piroscafo postale «Città di Sassari», il cui nome doveva essere inizialmente “Maddalena”, fu costruito per le Ferrovie dello Stato dalla Società Esercizio Bacini nel Cantiere di Riva Trigoso e varato il 30 aprile 1910. A prescindere dal viaggio inaugurale che fu effettuato nel luglio 1910 da Napoli a Palermo, il piroscafo venne destinato per i collegamenti fra Civitavecchia e la Sardegna (Olbia e Golfo Aranci). Le sue principali caratteristiche tecniche erano le seguenti:
Lunghezza massima86.53 metri
Lunghezza fra le perpendicolari82.01 metri
Larghezza massima fuori ossatura11.20 metri
Altezza di costruzione6.90 metri
Immersione media a pieno carico4.92 metri
Dislocamento a carico normale2420 tons.
Portata in peso morto  550 tons.
Stazza lorda2160 tons.
Stazza netta1026 tons.
 Il piroscafo era del tipo a tre ponti con una struttura centrale sopra coperta ed una casetta superiore, ed aveva le seguenti sistemazioni:
Per passeggieri di 1^ Classe47
Per passeggieri di 2^ Classe44
Per passeggieri di 3^ Classe112
Carabinieri e detenuti16
Ufficiali di coperta e macchina8
Marinai, fuochisti e carbonai41
Personale di camera e cucina13
Personale del servizio postale3
Totale284
FerrovieLa propulsione era garantita da due motrici principali a triplice espansione con tre cilindri verticali capovolti. La potenza complessiva, a tutta forza, delle due motrici era di circa 3800 HP con una velocità di 17 nodi. La velocità di crociera era di 15 nodi.
L’energia elettrica per l’illuminazione e per il servizio di ventilazione veniva fornita da dinamo con motrici a vapore di 20 kw ciascuna a 110 volts.
Durante il periodo di neutralità dell’Italia, la notte del 6 Gennaio 1915, durante la navigazione da Golfo Aranci a Civitavecchia, il piroscafo fu fermato per una visita ispettiva dal Cacciatorpediniere francese “La Hire” e furono arrestati e trasferiti sull’unità militare 30 passeggeri di nazionalità tedesca.
All’entrata in guerra dell’Italia la nave venne requisita ed inviata a Taranto per essere trasformata in Incrociatore Ausiliario per essere impiegata principalmente come trasporto truppe e scorta convogli. Fu armata con 2 cannoni da 120, un cannone da 57 e 2 antiaerei da 76 ed il primo Comandante militare fu ilCapitano di Fregata Accame di Loano, che seguì i lavori di trasformazione.
La sua attività operativa iniziò il 27 gennaio 1916 quando fu assegnata alle dipendenze della 3a Divisione per il salvataggio dell’esercito serbo, trasportando da Durazzo a Valona 550 soldati.
Al comando del Capitano di Corvetta Guido del Greco, a parte una sosta per manutenzioni nel mese di maggio del 1916 nel porto di Brindisi, continuò ad operare nel canale d’Otranto per trasporto personale, scorte ai mercantili ed ai drifters (impiegati per lo sbarramento del Canale d’Otranto) ed effettuò anche interventi con le armi di bordo per impedire al nemico di occupare posizioni terrestri strategiche per il controllo del territorio albanese. Nella seconda metà del 1916 fu impiegato per la scorta alle navi impegnate al trasporto delle nostre truppe dal fronte nordafricano.
Nel 1917 il “Città di Sassari” iniziò ad essere impiegato a La Spezia per scorta ai convogli. Il 1° dicembre 1917, mentre stava scortando un convoglio partito da Villefrance formato dal piroscafo italiano Polinesia e dai piroscafi spagnoli Norden e Villa de Soler, giunti tra Ceriale e Borghetto Santo Spirito, alle ore 11:20, fu silurato dal sommergibile austricoU64 che colpì l’unità in corrispondenza della carbonaia delle caldaie di prora, demolendo la paratia divisionale dei due maggiori compartimenti della nave che affondò dopo circa 3 minuti dall’esplosione.
Il comandante fu recuperato da una lancia del CT “Granatiere che raccolse anche 160 superstiti che furono condotti e accasermati a Savona mentre 8 naufraghi avevano già preso terra a Borghetto.
Morirono nell’esplosione il Capitano Medico di bordo, che finì travolto dal gorgo di poppa essendosi attardato a lasciare l’unità per cooperare al mantenimento dell’ordine a bordo, e 3 allievi fuochisti di guardia alle caldaie di prora. I loro nominativi erano:
  • Garetti Giulio (Capitano Medico di complemento Regia Marina, nato a Lasgansco, capitaneria di porto di Spezia);
  • Arnaldi Antonio (Fuochista C.R.E.M., nato a Marciana Marina, capitaneria di porto di Portoferraio);
  • Cannetiello Salvatore (Allievo Fuochista C.R.E.M., nato a Napoli, capitaneria di porto di Napoli);
  • Garofali Dorico (Fuochista C.R.E.M., nato a Falconara Marittima, capitaneria di porto di Genova).
Il relitto del “Città di Sassari” si trova su un fondale sabbioso, ad una profondità variabile tra 24 e 28 metri in posizione 44°06’35” Nord e 008°15’26” Est.
Sul relitto furono tentati vari recuperi dal 1937 al 1955 recuperando buona parte delle strutture in ferro. Oggi rimangono ben visibili la parte centrale, la poppa e parte dei 2 alberi motore. In prossimità della catenaria del gavitello fu posata nel 2000 una statua di una Madonnina che “vigila e benedice” i subacquei che visitano ciò che resta del relitto.
La campana di bordo recuperata nel 1938 fu donata al Santuario della Mercede, santuario che commemora i caduti di guerra.
Il Capitano di Corvetta Guido del Greco fu decorato con Medaglia di Bronzo al Valor Militare.

http://it.wikipedia.org/wiki/Citt%C3%A0_di_Sassari

https://www.youtube.com/watch?v=xV0NJwS9KsU

https://www.youtube.com/watch?v=QqWkM_cxJmQ

https://www.youtube.com/watch?v=NKkf3SHNH1U


1a Guerra Mondiale – Piroscafo Sassari (ex Lady Robert)Costruito nel 1897 presso i cantieri scozzesi Troon, fu acquistato dalla Società Marittima Italiana dalla Ailda Ship Building Company. Requisito ed armato dalla Reggia Marina nella 1a Guerra Mondiale fu impiegato per il trasporto truppe, la caccia ai sommergibili e la protezione del traffico fra Libia ed Italia. Restituito alla Compagnia l’11 aprile 1919, fu di nuovo requisito temporaneamente dal 23 gennaio 1920 al 1° febbraio 1920 (R.D. 4 marzo 1920 n. 359). Nel 1925 venne ceduto alla Compagnia Italiana Transatlantica di Genova. Andò in disarmo nel 1932.
2a Guerra Mondiale – Nave Antonio Pacinotti (ex Città di Sassari)Le Ferrovie dello Stato dopo la Grande Guerra ordinarono dei nuovi piroscafi postali. Il Cantiere di Castellammare di Stabia varò nel 1921 il piroscafo “Caprera” e nel 1922 il gemello piroscafo “Città di Sassari”. Subito dopo il varo si decise di incorporare le navi nella Regia Marina per cui entrarono ai lavori per essere trasformate in navi appoggio. Si cambiarono anche i nomi, il “Caprera” divento la nave appoggio “Alessandro Volta” e la “Città di Sassari” la nave appoggio “Antonio Pacinotti”.

PIROSCAFOVaratoConsegnatoAffondatoRadiato
Paciotti (ex Città di Sassari)19221925//1952
Volta (ex Caprera)192119241943//
Le caratteristiche tecniche erano le seguenti:
  • dislocamento (in tonnellate) 3.113;
  • dimensioni (in metri): 93,1 x 11,0 x 5,5;
  • apparato motore: turbina – 4.500 cavalli di potenza – 18 nodi di velocità;
  • armamento: 2 cannoni da 120 e 2 da 76;
  • equipaggio 155 uomini.
Il Pacinotti fu radiato nel 1952 mentre il Volta fu affondato, per errore, nell’ottobre 1943 da due motosiluranti britanniche vicino all’isola di Lero.
Nave appoggio Pacinotti ex città di Sassari
2a Guerra Mondiale – Piroscafo SassariCostruito nel 1907 fu requisito come preda di guerra ed assegnato alla Adriatica (Compartimento Marittimo di Venezia matr. 4/F). Piroscafo ad un’elica di stazza lorda 3.883 tonn. e stazza netta 2.374 tonn., con un motore alternativo a triplice espansione. L’equipaggio era composto da 32 persone civili più dei militari addetti a 6 mitragliere ed 1 cannoncino. Navigò principalmente nel Tirreno ed il suo impiego principale fu quello di trasporto di materiali vari e munizioni.
L’8 settembre 1943 il piroscafo era a Bastia (Corsica) dove erano presenti sia navi italiane che tedesche. La sera arrivarono in porto provenienti da La Spezia il piroscafo “Humanitas”e le torpediniere Ardito e Aliseo. Su quest’ultima, Comandata dal Capitano di Fregata Carlo Fecia di Cossato, erano imbarcati l’Ammiraglio Amedeo Nomis di Pollone, Comandante delle Siluranti, ed il duca Aimone d’Aosta. Intorno alle 23.30 iniziarono delle sparatorie, i tedeschi cercarono di impossessarsi del porto e delle navi italiane presenti. L’Aliseo riuscì ad uscire dal porto mentre l’Ardito fu sottoposto a forte azione di fuoco da parte dei tedeschi. Il Comandante Fecia di Cossato, vedendo l’Ardito in difficoltà, invertì la rotta ed affrontò undici imbarcazioni tedesche: i cacciasommergibili UJ 2203 ed UJ 2219, di scorta alle Motozattere armate F 366F 387F 459F 612 ed F 623, la motobarca dellaLuftwaffe FL B. 412 e danneggiò anche i piroscafi armati Humanitas e Sassari, che erano stati catturati dai tedeschi. Nell’ultima parte dell’azione partecipò anche la corvetta “Cormorano” giunta nel frattempo a Bastia. In particolare, per quanto riguarda il Sassari, intorno alle 23.30 erano saliti a bordo del Piroscafo 33 tedeschi che dopo aver ammainato la bandiera italiana ed issata quella tedesca impiegarono le armi della nave contro gli italiani. Il combattimento durò circa 5 ore, i tedeschi cercarono, senza riuscirci, di far partire il Piroscafo. Verso le 05.00 la reazione degli gli italiani ebbe successo e fu ripreso il controllo del porto e delle nostre navi.
Terminata l’azione, l’Aliseo, recuperati in mare 25 naufraghi/feriti tedeschi, insieme all’Ardito fortemente danneggiata, diresse verso l’Elba e nel porto di Bastia rimasero la MotonaveHumanitas molto danneggiata ed il Sassari su cui furono rilevati i seguenti danni:
  • erano state rese inutilizzabili le armi di bordo;
  • il piroscafo era stato fatto oggetto di una decina di colpi di cannone che avevano perforato il fianco sinistro, verso poppavia a circa due metri sopra la linea di galleggiamento;
  • tutte le cabine erano state aperte, danneggiate ed asportati numerosi oggetti del personale di bordo;
  • delle dotazioni di bordo mancava solo la scomparsa del binocolo prismatico, in dotazione al ponte di comando;
  • erano stati danneggiati un tubo vapore dei verricelli di carico, le murate in corrispondenza delle stive 3 e 4, la panetteria, un’imbarcazione di salvataggio, la ciminiera e la cabina del Direttore di Macchina.
La mattina del 10 settembre, il Sassari continuò a scaricare il materiale e a riparare i danni. Giorno 11 alle 15.45 il Piroscafo salpò con L’Humanitas per Portoferraio ma appena fuori del porto, alle ore 16.10, questo Piroscafo venne silurato, ma non affondato, per errore dal sommergibile olandese Dolfijn, che non era a conoscenza dell’Armistizio, lo stesso che nei mesi precedenti aveva già affondato lungo le coste della Sardegna i piroscafi Sabbia edEgle.
Il Sassari dopo essersi in un primo tempo fermato alla fonda in rada, su sollecitazione del Comando Marina, proseguì verso Portoferraio dove diede fondo in rada verso le 21.15. Intanto, l’Humanitas alle 19.20 era stato attaccato anche da aerei tedeschi e successivamente, nell’impossibilità di rimorchiarlo, tra le 23.00 e le ore 23.30 venne affondato a cannonate dalla scorta.
La mattina del 12 settembre il Sassari cominciò a scaricare la merce in banchina e tale operazione continuò fino a giorno 16 quando, dopo un bombardamento aereo tedesco alle ore 10.30 ed il lancio di manifestini con l’ordine di resa dell’isola, il Comandante del Piroscafo decise di distruggere tutti i documenti segreti, compresi i cifrari, e di far sbarcare l’equipaggio.
La mattina del 17, l’isola fu occupata dalle truppe tedesche, senza alcuna reazione da parte italiana. Il 19 i tedeschi si informarono sullo stato di efficienza del Piroscafo. Il 20 la nave riprese lo scarico delle merci ed il 30 partì per Livorno con a bordo militari tedeschi. Il 2 ottobre la nave venne requisita dalla Germania.
Piroscafo città di Sassari1910
Primo dopoguerra – Il Piroscafo Sassari (ex Pace)Piroscafo costruito nel 1921 con il nome originale di “Cuba” ed acquisito nel 1947 dalla Linea Messina S.p.A..Utilizzato per crociere in Mediterraneo, in particolare nel 1955 fu utilizzato per una crociera da Genova a Lisbona cui presero esponenti della nobiltà italiana che si recavano a Cascais (Portogallo) per il matrimonio di Maria Pia di Savoia. Il Piroscafo dopo essere stato ristrutturato nel 1959 prese il nome “Sassari” e fu adibito alla linea Genova – Porto Torres per conto della Regione Sardegna. Fu demolito nel 1962.



Tratto da  http://www.lavocedelmarinaio.com/2015/05/sassari-sul-mare-dalla-grande-guerra-agli-anni-60/

lunedì 8 gennaio 2018

E mentre a Sassari nella modernità si hanno grossi problemi idrici, vediamo cosa succedeva nella storia, quando a gestire era la cittadinanza mediante il municipio


A cura di:  Mario Grimaldi


Quando a gestire era la cittadinanza...


Un luogo non molto conosciuto di Sassari conservava e celava un segreto che pare lo renda unico al mondo. Si tratta di una galleria : un tunnel stretto che si snoda sotto terra, per oltre quattro Km., partendo da dietro la palazzina liberty, presso il vecchio acquedotto di Sassari, fino ad arrivare al bacino artificiale di Bunnari (strada per Osilo). Codesta galleria scavata, dall'uomo, intorno alla seconda metà del XIX secolo è stata oggetto di studio da parte dei ricercatori che hanno studiato la genesi di alcune piccole concrezioni subacquee fino ad ora conosciute.

Laura Sanna (dell' Istituto di Biometereologia del C.N.R. di Sassari e speleologa del G.S.A.S.) insieme al collega Paolo Forti (dell'Istituto Italiano di Speleologia di Bologna) hanno rivelato che questi particolari speleotemi si sviluppano dal basso verso l'alto in presenza di bolle stazionarie di gas; queste piccole sacche d'aria sono il prodotto della decomposizione di materia organica che col tempo si è depositata sul fondo della conduttura.

La brava Archeologa LAURA SANNA, intervistata ha chiaramente fornito altre preziose informazioni sul sito e come è nata la sua scoperta scientifica ( Le notizie di sotto riportate sono state apprese dalla rubrica omaggio "FARMACIA DINAMICA"):

<<< ""La galleria è lunga circa 4.200 metri ed è divisa in due parti: il primo tratto di 2.250 metri è compreso tra Viale Adua e la stazione di pompaggio nella valle dei Ciclamini;il secondo segmento dopo una serie di curve collega questo punto e Bunnari. L'accesso è possibile dalla palazzina dell'Acquedotto; l'ingresso dalla parte di Bunnari è inaccessibile a causa della vegetazione. Il tunnel serviva a portare l'acqua dal bacino artificiale di Bunnari all'acquedotto realizzato a monte del nucleo storico della città.

Il tunnel venne scavato tra il 1874 e il 1880 e rappresentava un opera pubblica molto attesa dai sassaresi. La cittadinanza aveva un grosso problema di approvvigionamento idrico, che dipendeva dalle fontane storiche e non garantiva la necessaria salubrità. La galleria e la diga del Bunnari, inaugurata il 15 agosto del 1880 , rappresentarono una svolta storica. Purtroppo in nostri antenati scoprirono subito che l'infiltrazione di sostanze organiche dovute alla presenza di pascoli e fabbriche di lino inquinava l'acqua di Bunnari.

La scoperta di una falda acquifera lungo il percorso della galleria e l'esecuzione di nuovi lavori pubblici risolsero il problema nel 1932. E' incredibile che diversi decenni dopo i sassaresi abbiano deciso di realizzare la discarica a Calancoi, proprio sopra il tunnel. In più in tutta l'area, come nel resto dell'agro di Sassari, si è registrata un'urbanizzazione diffusa: non sappiamo quante case abbiano le fosse settiche a norma. Anche questo è un problema per la salubrità delle numerose falde acquifere della zona.
La scoperta di questi speciali speleotemi (Uno speleotema - in greco, "deposito in grotta" - è un deposito minerale secondario formatosi in una grotta), è avvenuta allorchè la brava archeologa ha visitato la grotta allo scopo di condurre una ricerca su come fosse cambiata la concentrazione di CO2 nell'area urbana di Sassari negli ultimi cento anni e, quindi, gli speleotemi delle cavità artificiali sono ottimi archivi delle condizioni ambientali del passato.
Grazie a questi sopralluoghi abbiamo trovato, continua Laura Sanna, degli ulteriori elementi di interesse: a circa metà del tunnel, in una pozza vicino a una frattura nella roccia da cui fuoriesce dell'acqua, abbiamo trovato dei concrezionamenti subacquei. A prima vista sembrano dei piccoli vulcani alti tra i 2 e i 5 centimetri con un diametro massimo di 1,5 centimetri. Si tratta di stalattiti che crescono sul pavimento e che sono alimentate da una gocciolina di gas. Dopo averle studiate a fondo, abbiamo deciso di chiamarle anti-stalattiti subacquee.
Il risultato di questa ricerca è stato pubblicato sulla rivista nazionale Hypogea in occasione del Congresso internazionale sulle Cavità Artificiali che si è svolto a Roma lo scorso marzo 2015.

LE CONDIZIONI IN CUI VERSA LA CAVITA', PURTROPPO, NE RENDONO IMPOSSIBILE LA FRUIZIONE AL PUBBLICO ... E' GIA' UN PRIMO PASSO CONOSCERNE L'ESISTENZA E LA STORIA, PERCHE' CI RICORDA CONTINUAMENTE QUANTO SIA PRECARIO IL RAPPORTO TRA L'UOMO E LE SUE FONTI PRIMARIE DI SOSTENTAMENTO.

giovedì 4 gennaio 2018

Il signore, il segretario, la locandiera.





A volte la storia che cerchiamo di raccontare, sulla base di fatti sentiti durante l’infanzia dai nostri vecchi, oppure letti chi sa dove, sprigiona la nostra fantasia, mossa dalla voglia dell’immaginare il come, tantissimi anni fa, si svolgeva ed evolveva la vita dei nostri predecessori. Ed ecco che la mente elabora quelle che io chiamo “Fantasie storiche” (anche se il tutto parrebbe una chiara antitesi: se fantasia è non può esser storia!) utili però per farci sognare e viaggiare, a ritroso nel tempo. Come tale, dunque dobbiamo accettare quanto sto per raccontare: un aneddoto recuperato da chi sa quale racconto o lettura appresi durante l’infanzia e gelosamente conservati nella cantina dei ricordi....
Non so, forse intorno al 1800 Porto Torres era una cittadina portuale ricca di traffici. Pelli, tabacco, legname e molte altre mercanzie costituivano il traffico ogni giorno. Navi che scaricavano merci e navi che ne imbarcavano altre. Dall’alto i Gabbiani assistevano al benessere di gente impegnata in attività commerciali di ogni genere. I cavalli aspettavano fuori dalla “banca”, fuori dalle taverne, fuori dalle officine dove, uomini e donne, si scambiavano mercanzie, soldi e di certo “ALTRO”. In sella a due maestosi cavalli, un gentiluomo sassarese accompagnato dal suo segretario (che altri non era che un figlio del popolo con il quale il nobile, fin dall’infanzia aveva trascorso, in grande amicizia., la sua vita < questo però non era bastato a modificare i modi popolani del fraterno amico un po bifolco>), provenienti da Sassari fecero ingresso nella cittadina turritana ivi spinti per concludere alcuni affari. La strada principale, in quel sabato mattina, era gremita dalle persone più diverse: bambini sudici giocavano nei numerosi guazzi d’acqua piovana ai bordi della strada; beghine dalle lunghe gonne nere si muovevano quasi in processione verso la chiesa; mentre eleganti uomini d’affari, come formiche bianche su un campo bruciato, si distinguevano tra una moltitudine di persone abbigliate con semplicità. I nostri amici, poichè si appropinquava l’ora di colazione, notando verso la fine della strada una familiare insegna di una taverna, reputarono opportuno rifocillarsi dopo la loro lunga cavalcata, prima di compiere il loro doveroso onere per il quale erano giunti in città.
Appena sceso di sella, il gentiluomo fu attratto da una donna bionda e dall’aspetto matronale che, armata di ombrellino gli era passata davanti. L’intensa fragranza del suo profumo e il sgargiante colore degli abiti aderenti che indossava risvegliarono nell’uomo una passione mai troppo sopita nonostante la sua mezza età. Vedendo che la donna gli aveva lanciato uno sguardo ammiccante, il gentiluomo non seppe trattenere il proprio ardore e, dopo un ammirato inchinino esordì, sfoggiando il suo miglior sorriso con una frase, chiaramente stereotipo di collezione: “Signora, la vostra bellezza offusca anche la più splendida rosa che sia mai stata colta”. La donna, visibilmente lusingata da quelle gentili parole, rispose abbozzando un sorriso, che subito dopo nascose dietro l’ombrellino rosa. Il tutto continuava a svolgersi sotto gli occhi del segretario, occhi che lampeggiavano di invidia mista ad imbarazzo popolano, quando ad un certo punto l’ardito e nobile dongiovanni estrasse dalla tasca, come per magia, un piccolo cofanetto di metallo e supplicò la signora di accettare in dono quel piccolo carillon. Lo strumento una volta aperto, diffuse nell’aria le dolci note del rondò della sonatina numero cinque di Muzio Clementi. Le guance della donna si venarono di rosso mentre estasiata da quella dolce musica, si portò la mano destra sul cuore. Fu allora che la procace Signora, dopo aver chiesto da chi venisse quell’omaggio e avendo appreso il nome e il titolo del gentiluomo che reputo ben adeguato alle sue buone maniere, si presentò anch‘ essa rivelando il proprio nome e la fortuita circostanza che la vedeva essere la padrona della locanda e che per tale motivo si sentiva onorata di invitare a colazione i due inaspettati nuovi amici che, più che volentieri, furon lieti accettare l’invito. < (la signora era una piacente donna, intorno alla quarantina, il cui viso truccato con molta cura era appena percorso da qualche piccola ruga. Si seppe in seguito che la vita, in realtà, non era stata troppo tenera con Lei.
A soli sedici anni, Beatrice - cosi la chiameremo con nome di fantasia - era stata mandata a servizio da un altro nobiluomo di Sassari. In realtà in quella casa, oltre ad aver assolto quotidianamente i doveri di una donna di servizio, aveva anche condiviso i piaceri del talamo con il suo datore di lavoro e l’affezione si era poi trasformata in amore, tanto che sul punto di morte il suo padrone l’aveva sposata lasciandola erede di ogni suo bene. Solo allora, un fratellastro della signora, un uomo che svolgeva una vita poco cristallina dal punto di vista della legalità, si ricordò di lei e così, nelle rare occasioni in cui le faceva visita, non perdeva tempo per vessarla e e spillarle ingenti somme di denaro. Ora la vedova divenuta nel frattempo padrona di quella locanda, godeva di una certa tranquillità economica, che solo a causa del congiunto non consanguineo non poteva definirsi vera agiatezza)>. Limitandomi a quanto riportato e non volendo entrare in particolari poco convenienti, mi preme dire che quello di quel giorno, in quel di Porto Torres, fu un incontro importante per i nostri personaggi: L’astuto gentiluomo tenne per se come amante la bella signora (dopo averla indotta a vendere la locanda) e la condusse a Sassari dove abito per molti anni, da allora, in qualità di moglie, fedele sposa, del suo fraterno amico e segretario. Dei nostri ignoti protagonisti di questo aneddoto che possiamo definire “Una fantasia storica” che ci accompagna in questi ultimi giorni dell’anno 2014, sicuramente non si vuole ricercare ne una morale ne una moralità per allora improbabile, ma corre l’obbligo di dire che, una volta estintasi la nobile famiglia sassarese alla quale apparteneva il nostro gentiluomo, continuano ad usufruire di tutti i suoi beni di sempre i figli che la bella signora seppe dare a lui e al suo segretario.. Purtroppo non furono in grado di acquisire il casato e fregiarsi del titolo, ma constà che, ancora al giorno d’oggi, i loro discendenti, invisibili e sconosciuti al mondo dei nobili, siano abbastanza ricchi e rispettati ma anche ignari delle loro origini e inconsapevoli che quanto tutto di loro pertinenza gli sia stato donato da una bella e generosa locandiera.






A cura di : Mario Grimaldi



venerdì 29 settembre 2017

RICORDI SCOLPITI NELLA MIA MENTE.






Testimonianza raccolta da Capitano ( Giuseppe Idile)



...primi  anni 70


Mi ritrovai li a vegliare mia nonna:
nonna Mariangela mi aveva fatto anche da madre, in quanto i miei genitori morirono giovani per primo mio padre d’incidente stradale e pochi anni dopo mia madre in seguito a una grave malattia. 

Nonna si era presa cura di me, se pur in tempi difficili, si adoperò per creare quelle condizioni atte a farmi vivere dignitosamente. Mi seguì assiduamente sin dai tempi della scuola; pensava a tutto lei: Mi accompagnava e mi veniva a prendere all’uscita, se combinavo delle marachelle a scuola lei mi redarguiva amorevolmente e mi propinava dei sermoni lunghi ore e ore, citava esempi di intolleranza da parte di bambini ribelli, suoi coetanei ai tempi in cui lei era adolescente, che nella vita a venire non conclusero mai un bel niente.

La casa era quella al piano basso in una palazzina di via Frigaglia; le finestre, della camera dove mia nonna giaceva, erano alte e si affacciavano sulla piazzetta denominata "Pattiu di lu Diauru". Da fuori si sentiva il chiasso dei bambini che giocavano a pallone - ( <come in una scena di Leopardiana memoria>) e ogni tanto qualcuno di questi, pensieroso e con cauta preoccupazione sbirciava dentro casa. 

Era una mattina di primavera, quando sentii bussare alla porta. Mi trovai davanti una signora, molto bella, sulla quarantina e di sobria eleganza vestita, che mi disse di chiamasi Clara e mi chiese di poter entrare per dare un saluto a mia nonna. Aveva saputo che non stava troppo bene. La feci entrare e la signora, in composto silenzio si avvicinò al letto dove la mia cara congiunta era ormai caduta da giorni in una specie di stato di incoscienza che si alternava a momenti di lucidità.

La signora le prese la mano e la chiamò: "Mariangela ciao, sono io, come stai? Mia nonna si svegliò improvvisamente e con sguardo stupito ma lucido la fissò intensamente <Clara>! disse… che sorpresa.... ero certa che saresti venuta a trovarmi." Le due donne sembrava parlassero con gli occhi, senza però spiccicare parola. Io tra me e me pensavo.. <Ma che bella signora, mai e poi mai l’avevo vista prima>..., e invece tra lei e mia nonna c’è una tale profonda conoscenza che mai avrei immaginato. Ed ecco che Arrivò Don Vargiu e si raccolse con noi in preghiera, con l’olio santo faceva il segno della croce sulla fronte di mia nonna che lo guardava sorridendo. Don Vargiu, col chierico al seguito, mi salutò e andò via.



 A un certo punto mia nonna mi fece cenno di avvicinarmi a lei, mi prese la mano e me la strinse forte ... era arrivato il momento di porgermi il suo, per me tragico, addio. Confuso tra il reale e l'arcano, risentii la sua voce, sembrava rinata e mi disse ciao luigi, grazie di tutto sono fiera di te e chiuse gli occhi per non riaprirli mai più. Scoppiai in un pianto irrefrenabile, urlavo Nonna Nonna!!!!, le lacrime sgorgavano contro la mia stessa volontà. Provavo un po’ di imbarazzo in presenza della signora Clara, ma lei mi abbracciò e mi chiese di farmi forza poiché questa era la legge della vita e che i genitori e i nonni sono destinati a salutarci prima. Mi strinse le mani, aprì la borsetta, prese un fazzoletto e mi asciugò le lacrime. Mi diede un bacio sulla guancia e andò via anche se io avrei voluto dirle tante cose, chiederle di ripassare a trovarmi ma ero però troppo addolorato. La seguii con lo sguardo, mentre si allontanava per la strada finché, con passo felpato ed elegante, scomparve innoltrandosi in via Maddalenedda.

Che giornata pesante. Un Macigno per me. Non che non mi aspettassi la dipartita di mia nonna, però non in questo modo.

Arrivò il medico di famiglia che refertò il decesso; arrivarono le vecchiette della via che si disposero intorno al letto e iniziarono a recitare il rosario. 

Per smorzare il dolore e per distrarmi un po’, mi attivai subito per organizzare le esequie. Lasciai mia nonna in custodia alle vecchiette e, col certificato del medico, mi recai al comune per stilare la denuncia di morte avvenuta. Chiesi anche che pratiche dovevano esser esperite per la tumulazione: e fu allora che, con mia grande sorpresa, mi venne comunicato che, presso il cimitero monumentale, in una tomba da 4 posti, della famiglia Satta-Branca, vi era un quinto posto disponibile e proprio destinato a Mariangela Satta ( Mia Nonna ). Io ero all’oscuro di tutto, mai e poi mai avrei potuto pensare che mia nonna potesse avere dei legami con codesta famiglia. Mio nonno, morto molto giovane, sapevo che era stato seppellito presso il cimitero di Porto Torres e che successivamente i suoi resti vennero riposti in un ossario comune. 

Mia nonna quando c’era la ricorrenza dei morti, andava a pregare per lui in chiesa a San Donato, proprio perché non sapeva dove fossero esattamente le spoglie di suo marito. 

Mi recai al cimitero in avanscoperta per vedere questa tomba, non riuscivo a trovarla; anche i custodi ebbero una certa difficoltà, ma alla fine la trovammo. Era "un cantiere": l'edicola tutta realizzata in pietra di trachite ma senza nomi, c’erano dei muratori che lavoravano poiché era stato commissionato un restauro. Il responsabile dei lavori mi chiese di fornire il nome e le foto di mia nonna, il tutto perché il giorno seguente avrebbero completato i lavori e avrebbero proseguito a riposizionare sulle lapidi tutti i nomi e foto dei presenti già all'nterno della cripta. Le foto sarebbero state disposte in un libro di marmo scolpito antico, che era stato portato al restauro.

Mi promisero che, visto il triste momento, avrebbero accelerato i lavori per far trovare tutto pronto in occasione del funerale. Chiesi anche se avessi dovuto pagare per il lavori e loro mi risposero che le spese erano tutte a carico del comune in quanto la tomba era stata classificata monumento e che vi era anche un’ appartenenza privata, però il controllo e la manutenzione erano diventati di cosa pubblica. 

Passai in agenzia di onoranze funebri e presi accordi per le esequie. Ritornai a casa e grazie alle amiche vicine di casa , vestimmo la nonna per il suo ultimo viaggio. Io continuavo a piangere. Passammo la notte a vegliare e pregare. Arrivò il fatidico giorno dell’estremo saluto, poca gente: qualche mio vecchio collega della Sir qualche vecchietta della via.

Mi dispiacque non vedere quella bella signora Clara che era venuta a trovare la nonna a casa. Dopo la santa messa celebrata da Don Sini al duomo, San Nicola, ci avviammo verso il cimitero. La bara con le spoglie vennero ospitate nel deposito del camposanto, dopo un’ultima benedizione di don Vargiu nella cappella cimiteriale. Tutti andarono via e io rimasi, da solo. ancora un po’ davanti al feretro della nonna vicino a tante altre bare. Luogo un po’ tetro. Andai via e spinto dalla curiosità, mi recai presso la tomba, per vedere come procedevano i lavori: Le opere murarie erano veramente state portate a termine. < Sulla tomba c’era uno splendido angelo marmoreo con qualche pezzo mancante, ma perfettamente lucidato a nuovo e sulla pietra tombale cinque nomi e altrettante foto... quella di mia nonna e degli altri defunti> .

Ma un brivido mi avvolse quando vidi tra le foto quella della Signora Clara Satta, sorella di mia nonna morta a 38 anni di itterizia: il brivido e lo stupore tra il credere e non crede mi confondevano le idee, ma inequivocabilmente ebbi l'assoluta certezza che era stata lei a venire a portare conforto alla sorella.

Adesso tutto è più chiaro, Io sono ritornato a Genova, città nella quale vivo attualmente. Di volta in volta quando sono a Sassari vado in quel cimitero a portare un mazzo di fiori a quei congiunti che neanche sapevo di avere. Non ho mai raccontato questa storia a nessuno per non essere considerato pazzo. Ma ora che sono cresciuto, se pur richiedendo un po di riservatezza, La racconto a voi.

UN SINCERO ABBRACCIO .