giovedì 4 gennaio 2018

Il signore, il segretario, la locandiera.





A volte la storia che cerchiamo di raccontare, sulla base di fatti sentiti durante l’infanzia dai nostri vecchi, oppure letti chi sa dove, sprigiona la nostra fantasia, mossa dalla voglia dell’immaginare il come, tantissimi anni fa, si svolgeva ed evolveva la vita dei nostri predecessori. Ed ecco che la mente elabora quelle che io chiamo “Fantasie storiche” (anche se il tutto parrebbe una chiara antitesi: se fantasia è non può esser storia!) utili però per farci sognare e viaggiare, a ritroso nel tempo. Come tale, dunque dobbiamo accettare quanto sto per raccontare: un aneddoto recuperato da chi sa quale racconto o lettura appresi durante l’infanzia e gelosamente conservati nella cantina dei ricordi....
Non so, forse intorno al 1800 Porto Torres era una cittadina portuale ricca di traffici. Pelli, tabacco, legname e molte altre mercanzie costituivano il traffico ogni giorno. Navi che scaricavano merci e navi che ne imbarcavano altre. Dall’alto i Gabbiani assistevano al benessere di gente impegnata in attività commerciali di ogni genere. I cavalli aspettavano fuori dalla “banca”, fuori dalle taverne, fuori dalle officine dove, uomini e donne, si scambiavano mercanzie, soldi e di certo “ALTRO”. In sella a due maestosi cavalli, un gentiluomo sassarese accompagnato dal suo segretario (che altri non era che un figlio del popolo con il quale il nobile, fin dall’infanzia aveva trascorso, in grande amicizia., la sua vita < questo però non era bastato a modificare i modi popolani del fraterno amico un po bifolco>), provenienti da Sassari fecero ingresso nella cittadina turritana ivi spinti per concludere alcuni affari. La strada principale, in quel sabato mattina, era gremita dalle persone più diverse: bambini sudici giocavano nei numerosi guazzi d’acqua piovana ai bordi della strada; beghine dalle lunghe gonne nere si muovevano quasi in processione verso la chiesa; mentre eleganti uomini d’affari, come formiche bianche su un campo bruciato, si distinguevano tra una moltitudine di persone abbigliate con semplicità. I nostri amici, poichè si appropinquava l’ora di colazione, notando verso la fine della strada una familiare insegna di una taverna, reputarono opportuno rifocillarsi dopo la loro lunga cavalcata, prima di compiere il loro doveroso onere per il quale erano giunti in città.
Appena sceso di sella, il gentiluomo fu attratto da una donna bionda e dall’aspetto matronale che, armata di ombrellino gli era passata davanti. L’intensa fragranza del suo profumo e il sgargiante colore degli abiti aderenti che indossava risvegliarono nell’uomo una passione mai troppo sopita nonostante la sua mezza età. Vedendo che la donna gli aveva lanciato uno sguardo ammiccante, il gentiluomo non seppe trattenere il proprio ardore e, dopo un ammirato inchinino esordì, sfoggiando il suo miglior sorriso con una frase, chiaramente stereotipo di collezione: “Signora, la vostra bellezza offusca anche la più splendida rosa che sia mai stata colta”. La donna, visibilmente lusingata da quelle gentili parole, rispose abbozzando un sorriso, che subito dopo nascose dietro l’ombrellino rosa. Il tutto continuava a svolgersi sotto gli occhi del segretario, occhi che lampeggiavano di invidia mista ad imbarazzo popolano, quando ad un certo punto l’ardito e nobile dongiovanni estrasse dalla tasca, come per magia, un piccolo cofanetto di metallo e supplicò la signora di accettare in dono quel piccolo carillon. Lo strumento una volta aperto, diffuse nell’aria le dolci note del rondò della sonatina numero cinque di Muzio Clementi. Le guance della donna si venarono di rosso mentre estasiata da quella dolce musica, si portò la mano destra sul cuore. Fu allora che la procace Signora, dopo aver chiesto da chi venisse quell’omaggio e avendo appreso il nome e il titolo del gentiluomo che reputo ben adeguato alle sue buone maniere, si presentò anch‘ essa rivelando il proprio nome e la fortuita circostanza che la vedeva essere la padrona della locanda e che per tale motivo si sentiva onorata di invitare a colazione i due inaspettati nuovi amici che, più che volentieri, furon lieti accettare l’invito. < (la signora era una piacente donna, intorno alla quarantina, il cui viso truccato con molta cura era appena percorso da qualche piccola ruga. Si seppe in seguito che la vita, in realtà, non era stata troppo tenera con Lei.
A soli sedici anni, Beatrice - cosi la chiameremo con nome di fantasia - era stata mandata a servizio da un altro nobiluomo di Sassari. In realtà in quella casa, oltre ad aver assolto quotidianamente i doveri di una donna di servizio, aveva anche condiviso i piaceri del talamo con il suo datore di lavoro e l’affezione si era poi trasformata in amore, tanto che sul punto di morte il suo padrone l’aveva sposata lasciandola erede di ogni suo bene. Solo allora, un fratellastro della signora, un uomo che svolgeva una vita poco cristallina dal punto di vista della legalità, si ricordò di lei e così, nelle rare occasioni in cui le faceva visita, non perdeva tempo per vessarla e e spillarle ingenti somme di denaro. Ora la vedova divenuta nel frattempo padrona di quella locanda, godeva di una certa tranquillità economica, che solo a causa del congiunto non consanguineo non poteva definirsi vera agiatezza)>. Limitandomi a quanto riportato e non volendo entrare in particolari poco convenienti, mi preme dire che quello di quel giorno, in quel di Porto Torres, fu un incontro importante per i nostri personaggi: L’astuto gentiluomo tenne per se come amante la bella signora (dopo averla indotta a vendere la locanda) e la condusse a Sassari dove abito per molti anni, da allora, in qualità di moglie, fedele sposa, del suo fraterno amico e segretario. Dei nostri ignoti protagonisti di questo aneddoto che possiamo definire “Una fantasia storica” che ci accompagna in questi ultimi giorni dell’anno 2014, sicuramente non si vuole ricercare ne una morale ne una moralità per allora improbabile, ma corre l’obbligo di dire che, una volta estintasi la nobile famiglia sassarese alla quale apparteneva il nostro gentiluomo, continuano ad usufruire di tutti i suoi beni di sempre i figli che la bella signora seppe dare a lui e al suo segretario.. Purtroppo non furono in grado di acquisire il casato e fregiarsi del titolo, ma constà che, ancora al giorno d’oggi, i loro discendenti, invisibili e sconosciuti al mondo dei nobili, siano abbastanza ricchi e rispettati ma anche ignari delle loro origini e inconsapevoli che quanto tutto di loro pertinenza gli sia stato donato da una bella e generosa locandiera.






A cura di : Mario Grimaldi



venerdì 29 settembre 2017

RICORDI SCOLPITI NELLA MIA MENTE.






Testimonianza raccolta da Capitano ( Giuseppe Idile)



...primi  anni 70


Mi ritrovai li a vegliare mia nonna:
nonna Mariangela mi aveva fatto anche da madre, in quanto i miei genitori morirono giovani per primo mio padre d’incidente stradale e pochi anni dopo mia madre in seguito a una grave malattia. 

Nonna si era presa cura di me, se pur in tempi difficili, si adoperò per creare quelle condizioni atte a farmi vivere dignitosamente. Mi seguì assiduamente sin dai tempi della scuola; pensava a tutto lei: Mi accompagnava e mi veniva a prendere all’uscita, se combinavo delle marachelle a scuola lei mi redarguiva amorevolmente e mi propinava dei sermoni lunghi ore e ore, citava esempi di intolleranza da parte di bambini ribelli, suoi coetanei ai tempi in cui lei era adolescente, che nella vita a venire non conclusero mai un bel niente.

La casa era quella al piano basso in una palazzina di via Frigaglia; le finestre, della camera dove mia nonna giaceva, erano alte e si affacciavano sulla piazzetta denominata "Pattiu di lu Diauru". Da fuori si sentiva il chiasso dei bambini che giocavano a pallone - ( <come in una scena di Leopardiana memoria>) e ogni tanto qualcuno di questi, pensieroso e con cauta preoccupazione sbirciava dentro casa. 

Era una mattina di primavera, quando sentii bussare alla porta. Mi trovai davanti una signora, molto bella, sulla quarantina e di sobria eleganza vestita, che mi disse di chiamasi Clara e mi chiese di poter entrare per dare un saluto a mia nonna. Aveva saputo che non stava troppo bene. La feci entrare e la signora, in composto silenzio si avvicinò al letto dove la mia cara congiunta era ormai caduta da giorni in una specie di stato di incoscienza che si alternava a momenti di lucidità.

La signora le prese la mano e la chiamò: "Mariangela ciao, sono io, come stai? Mia nonna si svegliò improvvisamente e con sguardo stupito ma lucido la fissò intensamente <Clara>! disse… che sorpresa.... ero certa che saresti venuta a trovarmi." Le due donne sembrava parlassero con gli occhi, senza però spiccicare parola. Io tra me e me pensavo.. <Ma che bella signora, mai e poi mai l’avevo vista prima>..., e invece tra lei e mia nonna c’è una tale profonda conoscenza che mai avrei immaginato. Ed ecco che Arrivò Don Vargiu e si raccolse con noi in preghiera, con l’olio santo faceva il segno della croce sulla fronte di mia nonna che lo guardava sorridendo. Don Vargiu, col chierico al seguito, mi salutò e andò via.



 A un certo punto mia nonna mi fece cenno di avvicinarmi a lei, mi prese la mano e me la strinse forte ... era arrivato il momento di porgermi il suo, per me tragico, addio. Confuso tra il reale e l'arcano, risentii la sua voce, sembrava rinata e mi disse ciao luigi, grazie di tutto sono fiera di te e chiuse gli occhi per non riaprirli mai più. Scoppiai in un pianto irrefrenabile, urlavo Nonna Nonna!!!!, le lacrime sgorgavano contro la mia stessa volontà. Provavo un po’ di imbarazzo in presenza della signora Clara, ma lei mi abbracciò e mi chiese di farmi forza poiché questa era la legge della vita e che i genitori e i nonni sono destinati a salutarci prima. Mi strinse le mani, aprì la borsetta, prese un fazzoletto e mi asciugò le lacrime. Mi diede un bacio sulla guancia e andò via anche se io avrei voluto dirle tante cose, chiederle di ripassare a trovarmi ma ero però troppo addolorato. La seguii con lo sguardo, mentre si allontanava per la strada finché, con passo felpato ed elegante, scomparve innoltrandosi in via Maddalenedda.

Che giornata pesante. Un Macigno per me. Non che non mi aspettassi la dipartita di mia nonna, però non in questo modo.

Arrivò il medico di famiglia che refertò il decesso; arrivarono le vecchiette della via che si disposero intorno al letto e iniziarono a recitare il rosario. 

Per smorzare il dolore e per distrarmi un po’, mi attivai subito per organizzare le esequie. Lasciai mia nonna in custodia alle vecchiette e, col certificato del medico, mi recai al comune per stilare la denuncia di morte avvenuta. Chiesi anche che pratiche dovevano esser esperite per la tumulazione: e fu allora che, con mia grande sorpresa, mi venne comunicato che, presso il cimitero monumentale, in una tomba da 4 posti, della famiglia Satta-Branca, vi era un quinto posto disponibile e proprio destinato a Mariangela Satta ( Mia Nonna ). Io ero all’oscuro di tutto, mai e poi mai avrei potuto pensare che mia nonna potesse avere dei legami con codesta famiglia. Mio nonno, morto molto giovane, sapevo che era stato seppellito presso il cimitero di Porto Torres e che successivamente i suoi resti vennero riposti in un ossario comune. 

Mia nonna quando c’era la ricorrenza dei morti, andava a pregare per lui in chiesa a San Donato, proprio perché non sapeva dove fossero esattamente le spoglie di suo marito. 

Mi recai al cimitero in avanscoperta per vedere questa tomba, non riuscivo a trovarla; anche i custodi ebbero una certa difficoltà, ma alla fine la trovammo. Era "un cantiere": l'edicola tutta realizzata in pietra di trachite ma senza nomi, c’erano dei muratori che lavoravano poiché era stato commissionato un restauro. Il responsabile dei lavori mi chiese di fornire il nome e le foto di mia nonna, il tutto perché il giorno seguente avrebbero completato i lavori e avrebbero proseguito a riposizionare sulle lapidi tutti i nomi e foto dei presenti già all'nterno della cripta. Le foto sarebbero state disposte in un libro di marmo scolpito antico, che era stato portato al restauro.

Mi promisero che, visto il triste momento, avrebbero accelerato i lavori per far trovare tutto pronto in occasione del funerale. Chiesi anche se avessi dovuto pagare per il lavori e loro mi risposero che le spese erano tutte a carico del comune in quanto la tomba era stata classificata monumento e che vi era anche un’ appartenenza privata, però il controllo e la manutenzione erano diventati di cosa pubblica. 

Passai in agenzia di onoranze funebri e presi accordi per le esequie. Ritornai a casa e grazie alle amiche vicine di casa , vestimmo la nonna per il suo ultimo viaggio. Io continuavo a piangere. Passammo la notte a vegliare e pregare. Arrivò il fatidico giorno dell’estremo saluto, poca gente: qualche mio vecchio collega della Sir qualche vecchietta della via.

Mi dispiacque non vedere quella bella signora Clara che era venuta a trovare la nonna a casa. Dopo la santa messa celebrata da Don Sini al duomo, San Nicola, ci avviammo verso il cimitero. La bara con le spoglie vennero ospitate nel deposito del camposanto, dopo un’ultima benedizione di don Vargiu nella cappella cimiteriale. Tutti andarono via e io rimasi, da solo. ancora un po’ davanti al feretro della nonna vicino a tante altre bare. Luogo un po’ tetro. Andai via e spinto dalla curiosità, mi recai presso la tomba, per vedere come procedevano i lavori: Le opere murarie erano veramente state portate a termine. < Sulla tomba c’era uno splendido angelo marmoreo con qualche pezzo mancante, ma perfettamente lucidato a nuovo e sulla pietra tombale cinque nomi e altrettante foto... quella di mia nonna e degli altri defunti> .

Ma un brivido mi avvolse quando vidi tra le foto quella della Signora Clara Satta, sorella di mia nonna morta a 38 anni di itterizia: il brivido e lo stupore tra il credere e non crede mi confondevano le idee, ma inequivocabilmente ebbi l'assoluta certezza che era stata lei a venire a portare conforto alla sorella.

Adesso tutto è più chiaro, Io sono ritornato a Genova, città nella quale vivo attualmente. Di volta in volta quando sono a Sassari vado in quel cimitero a portare un mazzo di fiori a quei congiunti che neanche sapevo di avere. Non ho mai raccontato questa storia a nessuno per non essere considerato pazzo. Ma ora che sono cresciuto, se pur richiedendo un po di riservatezza, La racconto a voi.

UN SINCERO ABBRACCIO .





venerdì 25 agosto 2017

Piroscafo città di Sassari - sono le ore 11,20. Un forte boato..............



Il relitto del “Città di Sassari” si trova su un fondale sabbioso, ad una profondità di circa 30 metri, in posizione 44°06’35” latitudine Nord e 8°15’26” longitudine Est, tra Ceriale e Borghetto S.S..

Piroscafo a due eliche, 2167 tonnellate di stazza lorda, costruito dalla Società Bacini Riva Trigoso nel 1910, con dimensioni di stazza 83 x 4 x 7; scafo in acciaio, due ponti, tre ordini di bagli, sette paratie stagne con doppiofondo parziale. L'apparato motore (da 2768 cavalli) con due macchine gemelle a triplice espansione, sei cilindri, quattro caldaie cilindriche monofronti e dodici forni, consentiva una velocità di navigazione di 15 nodi.


All'inizio del 1915, quando l'Italia era ancora neutrale, il “Città di Sassari” fu protagonista di un episodio assai frequente all'epoca per le navi dei paesi non belligeranti: come 'postale' per le Ferrovie dello Stato serviva nel tratto Civitavecchia-Golfo Aranci quando venne fermato dal CT “La Hire” francese che, dopo ispezione a bordo, catturò 30 passeggeri tedeschi, come risulta dall'estratto del giornale di bordo del 1° gennaio 1915:“Alle 22:45 avvistato piroscafo che con un colpo di cannone a salve intima di fermare le macchine. Ammainata una lancia con un ufficiale e sei persone chiedono il permesso di salire a bordo. Visto che tra i passeggeri c'erano 30 tedeschi l'ufficiale ci impose di consegnarglieli, considerandoli prigionieri di guerra. Alle ore 03:00 terminato il trasbordo dei passeggeri catturati, l'ufficiale francese ci ha lasciato liberi di continuare la nostra rotta”.
Lo stesso mese il giornale savonese “Il Letimbro”, il 30 gennaio 1915 dedica alla “Città di Sassari” questo articoletto, intitolato “La brillante manovra del Città di Sassari a Civitavecchia - Il 28 gennaio 1915 a Civitavecchia vi era una terribile mareggiata per fortunale di libeccio che aveva arrecato gravissimi danni. Il postale della Sardegna 'Città di Sassari', comandato dall'intrepido cavaliere Repetto, nostro concittadino, sorpreso nelle vicinanze di quel porto dal fortunale, ha resistito superbamente alla violenza delle onde ed è giunto in perfetto orario tra gli applausi di quanti assistevano trepidanti all'arrivo emozionante”.

All'entrata in guerra dell'Italia la nave venne requisita, armata con 2 cannoni da 120, un cannone da 57 e 2 antiaereo da 76 e destinata a Taranto. Era al comando l'allora Capitano di Fregata Accame di Loano, che presiedette ai lavori di montaggio e revisione generale; il 27 gennaio 1916 ricevette istruzioni per dirigere su Valona “alle dipendenze della terza divisione per l'esodo delle truppe serbe da Durazzo”. 

In questa sua prima missione trasportò da Durazzo a Valona 550 soldati serbi; il 6 febbraio 1916, insieme all'incrociatore “Agordat”, scortò un grosso convoglio in partenza dal porto di Durazzo composto da tre navi francesi e cinque navi italiane con complessivamente diecimila uomini tra soldati e profughi serbi. Il 25 febbraio, nonostante imperversasse un tempo orribile, scortò insieme a molte altre unità, i piroscafi che trasportavano i soldati italiani sgombrati da Durazzo. Secondo il Manfroni fu una delle più belle operazioni logistiche di tutta la guerra. Il 'Città di Sassari' sparò più volte per impedire al nemico di occupare quote strategiche e interdirgli il passaggio lungo la strada di Tirana; poi, fino alla fine di aprile 1916, rimase in missione nel tratto Brindisi-Valona. Nella prima metà di maggio fu alla fonda per manutenzione a Brindisi dove dovette contrastare numerosi attacchi aerei nemici e poi di scorta ai drifters nel Canale d'Otranto col CT “Fauch”. Per tutto il restante 1916 fece da scorta alle navi trasportanti nostre truppe dal fronte nordafricano, con soste a Tobruck . .

Nel 1917 è a La Spezia, sempre utilizzata come scorta ai convogli; Il 1° dicembre 1917, alle ore 4:00 del mattino, al comando del Capitano di Corvetta Guido del Greco partì da Villefrance scortando un convoglio formato dai piroscafi “Polinesia” (italiano), e “Norden” e “Villa de Soler” (spagnoli); giunti all'altezza di Ceriale, alle ore 11:20 la vedetta avvistò un periscopio “di prora a dritta”e poco dopo si vide partire un siluro diretto contro la nave ad una distanza inferiore ai 200 metri; nel suo rapporto sull'affondamento il capitano Del Greco descrive quei momenti:

“...... Ho subito dato ordine al timoniere di servizio, sottonocchiere Pardini, di mettere il timone a dritta e pur sapendo che ciò mi allontanava dalla costa volevo, oltre a diminuire l'incidenza del primo siluro, premunirmi per il secondo lancio o, nel caso di mancato scoppio, cercare di investire il sommergibile se fosse riapparso col periscopio. Questo non emerse che per il lancio e per così breve istante che non fu possibile sparargli contro. Avvenuta l'esplosione in corrispondenza della plancia ho dato immediatamente ordine di mettere il timone tutto a sinistra …... ma la nave ubbidiva poco al timone perchè la poppa cominciava ad emergere. ….. Detti ordine col telegrafo e a voce fi fermare la macchina e di abbandonare i locali. Siccome l'affondamento avveniva rapidamente …. dedussi che il siluro doveva aver colpito in corrispondenza della carbonaia delle caldaie di prora, demolendo così la paratia divisionale dei due maggior compartimenti della nave. Furono calate a mare le imbarcazioni e le zattere di salvataggio e i 170 membri dell'equipaggio vi presero ordinatamente posto. Io rimasi solo sulla plancia, desiderando mantenere il mio posto sino a che l'acqua non mi avesse raggiunto. La nave, dopo circa tre minuti dall'esplosione si sommerse con la prora, l'acqua contemporaneamente raggiunse la coperta a dritta e a sinistra. Mi sono trovato così in mare assistendo al completo affondamento della nave che è rimasta con gli alberi fuori”

Il comandante fu poi recuperato da una lancia che aveva raccolto poco prima il comandante in seconda. Il CT “Granatiere” raccolse 160 superstiti che furono condotti e accasermati a Savona mentre 8 naufraghi avevano già preso terra a Borghetto; il capitano medico Giulio Garetti, chhe aveva voluto cooperare al mantenimento dell'ordine a bordo, finì travolto dal gorgo di poppa e morì dopo essere stato raccolto in mare privo di sensi. Rimasero quasi sicuramente vittime dell'esplosione stessa il fuochista Arnaldi Antonio e gli allievi fuochisti Cannatiello Salvatore e Garofalo Domenico, in servizio alle caldaie di prora al momento dello scoppio. 

L'artiglieria PR di Loano vide alle 12:46 emergere la torretta di un sommergibile e aprì il fuoco ma il sottomarino fece una rapida manovra di immersione e scomparve.

Su questo relitto furono tentati vari recuperi. Su “La Stampa” di Torino dell'8 agosto 1937 si legge:

“Nuovo tentativo di recupero di un piroscafo silurato. Circa dieci anni fa una Compagnia di recuperi livornese la vorò per qualche tempo a turare le falle del piroscafo per tirarlo a galla, con scarsi risultati. Ora una compagnia genovese sta tentando nuovamente il recupero riducendo la nave in pezzi per usufruire del materiale utilizzabile”.

Anche su “Il Messaggero” del 14 giugno 1938 si legge: “Una ditta di recuperi ha ripescato la campana di bordo, del piroscafo 'Città di Sassari', che è stata donata al Santuario della Mercede, santuario che commemora i caduti di guerra”. 

Anche la ditta Virgilio Lertora di Loano iniziò il 5 agosto 1955 il recupero del relitto ma lo sospese il 15 dicembre dello stesso anno.











--

giovedì 2 marzo 2017

I CAVALIERI


A  CURA DI :  @mariogrimaldi








Diventare cavalieri non era solo un diritto acquisito ma soprattutto significava esser votati ad una vita di duro sacrificio, infatti, il bambino destinato a diventare cavaliere riceveva un'educazione militare.




A sette anni imparava a montare a cavallo: a dodici lasciava la sua famiglia per andare a servire un signore, in genere amico del padre, del quale diventava prima paggio (in questa condizione era spesso anche al servizio della signora), poi scudiero, con l'incarico di trasportare il pesante scudo del feudatario.

Finalmente, a sedici o a diciotto anni, diventava cavaliere mediante tutta una cerimonia di carattere sacro: la vestizione, durante la quale, dopo una notte di veglia e preghiera nella cappella del castello. gli veniva consegnata solennemente la spada. Da li in poi, il cavaliere doveva distinguersi da ogni altro membro della società per la vita che conduceva e per il suo comportamento. Aveva il dovere di essere generoso, cioè non avaro, ma anzi pronto a dissipare le sue ricchezze in doni, feste ed elemosine, leale e fedele nei confronti del suo signore e dei suoi compagni, coraggioso e pronto, dunque a battersi di fronte alla minima provocazione; inoltre, come cristiano doveva difendere la Chiesa. 
Questo in teoria. Nei fatti le cose andavano molto diversamente. Infatti il problema dei feudatari e dei loro cavalieri era che essi continuavano ad avere come cultura e come e come unica ragione di vita la violenza e trascorrevano quasi tutto l'anno a razziare e combattere. 
La turbolenza dei cavalieri era tale che si cercò di "incatenarla" nello spettacolo sportivo del TORNEO.
Grazie per l'attenzione.
@mariogrimaldi.


venerdì 17 febbraio 2017

In merito alla STORIA



IL LAVORO DEGLI STORICI




Parliamo, scriviamo e ricerchiamo sempre argomenti storici.... e già! La storia è la nostra passione!

Ma non sempre ci ricordiamo di quell'importantissimo profilo professionale che è quello dello storico senza il quale non avremo mai potuto trovare un filo conduttore dai fatti che dai tempi remoti di ieri e attraverso mutazioni, nuovi eventi e il progresso ci conduce alla nostra esistenza di oggi. Ovvero lo storico è quello studioso che ricostruisce la storia seguendo un procedimento scientifico, e poi la fa conoscere a tutti scrivendo dei libri. 

Conoscere il lavoro dello storico è molto importante perchè capire la storia è frutto di un processo attivo per molti aspetti simile e complementare al "ricostruire la storia stessa". Ma che cosa è la storia se non la scienza che studia il passato o, meglio ancora, è la scienza che studia i cambiamenti che gli uomini hanno conosciuto nel corso del tempo. La Storia indaga quindi nel passato per conoscere i modi di vivere, di agire, di pensare dell'umanità così come sono cambiati nel tempo. Ma, oltre che nel tempo, gli uomini vivono anche nello spazio: nella città, nelle campagne, in regioni vicino al mare oppure sulle montagne. La storia quindi ricostruisce, non soltanto il passato degli esseri umani, ma anche i loro spostamenti nello spazio.


venerdì 4 novembre 2016

STORIA DI LEONARDO INGOLOTTI DETTO TRAPPADE’


A cura di: Tore Sanna                    seguiteci su SASSARI STORIA DI UNA CITTA'

Trappadè, al secolo Leonardo Ingolotti, è un combattente di Sassari della Prima Guerra Mondiale che a fine anni 40 e negli anni 50 è stato fortemente umiliato e deriso, al punto che ancora oggi sono note e famose storielle e canzoni dialettali a lui dedicate. 
Di lui e del suo coraggio in guerra ne avevo avuto sentito parlare da ragazzo da Raimondo Usai, un ortolano amico di mio padre che lo aveva avuto compagno di reparto e di combattimento durante la prima battaglia di Castelgomberto. Da lui ho appreso tra l’altro che il nomignolo di Trappadè, nome dialettale della quaglia, gli era stato dato dagli stessi commilitoni, per la sua grande capacità di mimetizzarsi, come appunto fanno le quaglie, prima di colpire gli austriaci nei non pochi corpo a corpo che in quella famosa battaglia ci sono stati
Era nato a Sassari al n. 50 di via Muraglie il 15 Luglio 1895, come Leonardo Gialetti, figlio di “donna che non consente d’esser nominata”; diventa Leonardo Ingolotti il 3 Marzo 1906, quando sua madre Assunta Petretto, si unisce in matrimonio con Efisio Ingolotti ed entrambi quello stesso giorno dichiarano che il giovane Leonardo è loro figlio.
Tra Assunta ed Efisio esisteva un amore, diciamo clandestino, da anni prima che nascesse Leonardo. reso ufficiale soltanto dopo la vedovanza di Efisio col matrimoni. Certamente questo è il motivo che porta Assunta a non riconoscere suo figlio, nonostante ciò lo alleva e lo accudisce da appena nato, grazie fatto che sua zia Francesca ne ottiene l’affidamento dopo averlo denunciato in comune. 
Quella degli Ingolotti era una famiglia di origine genovese, il capostipite Francesco con la moglie Rosa Grillet, era arrivato a Cagliari un po’ prima del 1860, anno di nascita a Cagliari di Efisio, il loro primo figlio, era approdato in Sardegna come usciere nella regia tesoreria. 
Gli Ingolotti pur avendo avuto a Cagliari sei dei loro 7 figli, hanno sempre mantenuto con la città ligure uno stretto legame, al punto che 5 dei 7 figli si trasferiranno a Genova per sempre, salvo la figlia Camilla che una volta rimasta vedova del genovese Antonio Conte, ritorna in Sardegna. E’ in questa ottica bisogna inquadrare il loro trasferimento a Sassari a metà anni 70 dell’800, perché allora l’unico collegamento marittimo tra la Sardegna e la città ligure era quello di Porto Torres.
Leonardo Ingolotti, nonostante le sue origini liguri era però radicato ben bene nella mentalità di Sassari, ne conosceva a fondo il dialetto, al punto che in pochi in città lo hanno mai sentito parlare in italiano, a questo aggiungeva quella maniera di fare e comportarsi simpatica e "cionfraiola", fatta di battute pronte, pungenti ed ironiche che tutti riconoscono agli abitati della città. 
Alla visita di leva, il 24 Novembre del 1914, Leonardo Ingolotti risulta analfabeta, di mestiere fa il fabbro, è alto 170 cm, ha un torace di 84 cm, occhi castani, colorito scuro, una cicatrice sulla testa, denti guasti e di sana e robusta costituzione fisica. Risultato: abile di prima classe. 
Viene chiamato alle armi il 12 Gennaio del 1915, incorporato il 24 Gennaio, giorno dell’entrata in guerra dell’Italia, nel 29esimo Reggimento di fanteria e il 27 dello stesso mese trasferito in territorio di guerra. Appena costituita la Brigata Sassari, nei primi mesi del 1916, fu però trasferito alla Brigata Sassari, come molti altri sardi di altri presenti in altri reparti.

La prima battaglia di Castelgomberto nella quale viene ferito perdendo il totale uso del braccio sinistro, fu una delle più cruenti combattute nella Grande Guerra; si inquadra nell’ambito della più vasta offensiva austroungarica di primavera lanciata nel Maggio del 1916, finalizzata a sfondare le linee italiane attraverso gli altipiani di Folgaria, Lavarone ed Asiago, per giungere nella pianura vicentina e isolare il grosso del nostro esercito schierato sull'Isonzo.
Dopo due settimane di combattimenti l'esercito imperiale pareva vicino al successo, erano arrivati ad Asiago, ma di fronte nel Monte Fior e nel Monte Castelgomberto si trovarono posizionati in difesa i soldati italiani di 2 battaglioni della Brigata Sassari e gli Alpini dei battaglioni Morbegno, Val Maira, Argentera e Monviso, che tra il 5 e 10 di Giugno del 1916 resistettero combattendo con impeto, ardore ed onore anche all'arma bianca, infliggendo ai nemici pesantissime perdite, impedendo così agli imperiali di invadere la pianura vicentina, nonostante avessero di fronte le elite dell’esercito austriaco, conosciuti per la sua ferocia, anche se alla fine sono costretti a cedere le posizioni agli austriaci. 
Le perdite di vite furono grandi da ambo le parti, ma decisamente superiori furono quelle subite dai conquistatori, al punto che il 24 dello stesso Giugno, i soldati austriaci dovettero abbandonare le posizioni perché impossibilitati a difenderle per i pochi uomini disponibili. 
Per il comportamento tenuto in questa prima battaglia di Monte Fior e Monte Castelgomberto fu conferita alla Brigata Sassari la prima medaglia d’oro e quella d’argento al 2° e al 5° reggimento Alpini.
Leonardo Ingolotti in quella sanguinosa battaglia fu ferito nella prima decade di Giugno, perdendo l’uso del braccio sinistro. Partì dalla zona di guerra il giorno 16 dello stesso mese, dopo mesi trascorsi tra ospedali militari e convalescenze fu ritenuto idoneo e venne fatto rientrare nei ranghi dell’esercito al 45esimo deposito di stanza ad Ozieri, rimanendovi fino al 1° Maggio del 19, quando riconosciuto inabile fu mandato in congedo temporaneo. Tuttavia dovrà attendere 8 Marzo del 1927 per vedersi riconosciuta definitivamente la sua invalidità permanente per mutilazione di guerra e nella stessa data gli viene concessa un pensione di terza categoria la più bassa prevista. 
Degna di nota è la sua condanna a 5 mesi di reclusione di carcere militare, emessa dal tribunale militare di guerra di Cagliari il 29 Marzo 1918 per furto commesso nel deposito di Ozieri di “munizioni per bocca” che nel linguaggio militare di allora erano i cibi. La pena gli fu però sospesa per meriti di guerra.
Le autorità militari si ricordarono di lui il 16 Luglio del 1928, giorno successivo al suo 33 compleanno, riconoscendogli di “aveva servito la patria con fedeltà ed onore”, concedendogli due decorazioni e il distintivo di grande mutilato di guerra. Il mese successivo fu il comando interalleato a decorarlo con una medaglia, concessa durante la Grande Guerra a pochi soldati semplici. 
Termina qui la storia militare del fante della Brigata Sassari Ingolotti Leonardo, eroe della Grande Guerra, per lui purtroppo con la fine della guerra inizia quella triste, drammatica e umiliante, di Trappadè
La sua vita inizia ad essere dura ancor prima del suo congedo; nell’Agosto del 1918 muore sua madre Assunta, mentre lui continua a peregrinare tra ospedali militare e deposito di Ozieri. Rientra a casa dopo la concessione del congedo temporaneo del 19, ma non può certo vivere con la paga di soldato semplice assegnatagli, suo padre Efisio inizia ad essere anziano, lavora poco perché per esercitare il mestiere di fabbro, lo stesso di suo figlio, sono necessari muscoli e forza che in lui stanno diminuendo. Con l’unico parente Ingolotti rimasto a Sassari, lo zio Emanuele, fratello del padre e la sua famiglia, non aveva alcun rapporto, pur conoscendo suoi cugini, compreso uno monsignore e prelato autorevole nella curia di Sassari. Tutti gli Ingolotti erano persone molto religiose e l’aver scoperto che Efisio, fratello maggiore di Emanuele, era diventato da sposato l’amante di Assunta Petretto, anche se poi divenne sua moglie, aveva portato Efisio e la sua nuova famiglia ad essere emarginati dai parenti, se non proprio rimossi, non a caso a Sassari nessuno era a conoscenza del vero nome di Trappadè. 
Assunta Petretto era invece figlia unica e l’unica sua zia Francesca era morta quando Leonardo aveva un anno.
Leonardo tenta di reinserirsi nel lavoro di fabbro, mestiere che aveva sempre fatto fin da bambino al seguito del padre, ma è impossibilitato dal mancato uso del braccio sinistro,.

Nel 1922 si trasferisce a Cagliari sperando in un po’ di fortuna nel trovare un lavoro dove aveva vissuto suo padre, nel capoluogo l’8 Febbraio del 1923 si sposa con Giuseppa Meloni, una vedova di 44 anni di Selargius, lui di anni ne ha invece appena 28. La coppia stabilisce nel povero quartiere di Sant’Elia, dove lui svolge piccoli lavori per la comunità di pescatori della zona. 
Nonostante la differenza di età il matrimonio va avanti fino alla primavera del 1944, quando morì Giuseppa; completamente solo Leonardo cerca consolazione nell’alcol, la sua pensione è talmente misera che i dirigenti della Associazione dei Mutilati di Guerra la ritengono decisamente insufficiente per far vivere una persona, così nel mese di Luglio del 44 decide di rientrare a Sassari. Nella sua città di nascita trova lavoro come commesso nella rivendita di un carbonaio toscano, il signor Melani in via Carmelo, una sistemazione che gli permette di abitare in una casa dignitosa al n. 32 di via Arborea, nel palazzo dei bagni popolari. 
In città per molti però è solo Trappadè, per alcuni anche signor Trappadè, per nessuno invece è Leonardo Ingolotti, il suo nome e cognome era stato rimosso, quel maledetto nomignolo di battaglia veniva poi ritmato da molti giovani che vedendolo alticcio lo provocavano per ascoltare le sue pronte, pungenti e colorite risposte in dialetto che facevano sorridere sempre chi ascoltava. Dentro di lui però era una persona triste, ferito nell’anima e mortificato dalla solitudine, l’unica persona con la quale a volte si intratteneva era Silvio Tola, un carrettiere, ex campione sardo di ciclismo, conosciuto in città per la sua forza erculea, il quale abitava a due passi dalla rivendita di carbone di signor Melani. Dopo due anni di una vita trascorsa a Sassari sopportando molte umiliazioni, fugge e rientra a Cagliari, sperando di fuggire dall’alcol, e ai fantasmi di Castelgombero. A Cagliari, spera ritrovare i vecchi pescatori di Sant’Elia e vivere arrotondando la magra pensione, invece la nuova realtà del capoluogo è tragica: non c’è alcun lavoro, finendo a mendicare qualche moneta e dormire in posti di fortuna, sempre in compagnia di qualche bottiglia di vino: una vita da inferno.

Durante questo suo mendicare, un giorno di Aprile del 1947, viene incontrato casualmente da un ex ufficiale della Grande Guerra che vedendolo con il distintivo da invalido lo redarguisce malamente, perché stava “disonorando tanti eroici combattenti e il distintivo di grande mutilato di guerra che porta sulla giacca”. 
L’ufficiale non si limitò solo alle parole, ma intervenne per farlo espellere dalla sezione di Cagliari della Associazione Mutilati, segnalandolo alle autorità di pubblica sicurezza come “persona dotata di mezzi di sostentamento derivanti da pensione di guerra”. 
Fu così che l’ultimo giorno di Aprile del 47, Leonardo Ingolotti, viene allontanato da Cagliari con un foglio di via, su un treno diretto a Sassari. Il giorno prima dopo aver ricevuto la notizia di persona indesiderata, preso dalla disperazione e consumato dall’alcol, si strappò il distintivo di invalido e con tutte le forze che aveva in corpo lo lancio via in mare.
Il comune di Sassari come faceva con tutti i senza fissa dimora lo sistemò nell'ospizio di San Pietro, dove per altro andava raramente, preferendo dormire in qualche rifugio di fortuna nelle viuzze del centro storico e più spesso nella stalla di via Quesada, dove Silvio Tola, teneva i suoi cavali, fornendogli spesso cibo e anche qualche bottiglia di vino; Sivio Tola è stato probabilmente per lui uno dei rari amici avuti in questa Sassari che lo umiliava in continuazione. 
Alcuni dirigenti della sezione di Sassari della Associazione dei Mutilati ed Invalidi di Guerra, vedendolo umiliato, deriso e offeso per le viuzze del centro storico, per di più costretto a mendicare un tozzo di pane, intervennero presso il comune, riuscendo a fargli ottenere la cartella di povertà e pasti gratis a pranzo e cena nel Ristorante Popolare della Frumentaria, una sorta di trattoria dei poveri, dove con modica spesa di 10 lire negli anni del dopo guerra si poteva mangiare un piatto di pasta e bere un bicchiere di vino. Lo reintegrarono nella associazione, gli fecero riavere il distintivo di grande invalido e intervennero in sua difesa contro i tanti incivili e maleducati che lo umiliavano quando girava per le vie e del centro trascorrendo il tempo tra un’osteria e l’altra. 
I dirigenti esempio, scrissero lettere di fuoco al commendator Pani, gestore del servizio tranviario cittadino, invitandolo ad intervenire anche con drastici provvedimenti sugli autisti degli autobus cittadini che appena lo intravvedevano ne provocavano la suscettibilità, ritmando con il clacson il suo nomignolo allo scopo di farlo reagire con le sue colorite espressioni. Altrettanto fecero col Col Pagliaro, comandante dei vigili di urbani di Sassari, ex ufficiale e decorato della grande guerra, affinchè “intervenisse presso i vigili in servizio al civico mercato contro i giovani energumeni che in continuazione umiliano il grande invalido di guerra Leonardo Ingolotti”. 
L'aiuto più grande però che i dirigenti dell'Associazione gli dettero fin dal suo ritorno a Sassari fu però il grande impegno che profusero per fargli rivalutare la misera pensione di terza categoria. Lo fecero con continui e persistenti ricorsi e contro ricorsi, presso ministeri, comandi, ospedali militari e autorità di ogni tipo. La loro solerzia fu premiata solo nel 1959, quando finalmente a Leonardo Ingolotti, dopo l'ennesimo controllo dei sanitari militari, fu riconosciuta una pensione di prima categoria.

Ottenuta finalmente una pensione decente i dirigenti della Associazione lo convinsero dopo tanta ritrosia da parte sua nel 1961 a ritirarsi nella casa di riposo di Buddusò, lontano da Sassari, dove finalmente trova un pò di quella serenità che gli era sempre mancata.
La casa di riposo è situata in un caseggiato molto bello e signorile, ben tenuto nella parte edile e ben gestita da suore e dipendenti, arredata con mobili antichi ovunque. 
In questa casa Leonardo Ingolotti fu un ospite corretto, sempre rispettoso verso gli altri ospite, il personale e le suore anche se ....il bicchiere non lo aveva certo dimenticato. Tendeva anche a Buddusò ad esser solitario, difficilmente partecipava alle feste, in paese pur conoscendone il nomignolo attraverso ambulanti di Sassari che al mercoledì arrivavano in paese per il mercatino, non fu mai preso in giro o tanto meno umiliato, al massimo qualche volta succedeva che venisse chiamato Trappadè da qualche ragazzino. 
Tutti a Buddusò lo conoscevano e lo rispettavano, per tutti era semplicemente “Tiu Linardu”. Morì il 23 Dicembre del 1966, al suo funerale dietro il feretro c’erano tutti gli anziani della casa di riposo e i dirigenti della Associazione dei Mutilati e Invalidi di Guerra di Sassari e Ozieri con le loro bandiere. Fu seppellito in una fossa per poveri del cimitero del paese, rimossa nel 1990 e i suoi resti insieme a quelli di altri poveri sistemati in una fossa comune.


Tore Sanna - (like 1955)

PS: La ricerca è tutta documentata compresa la documentazione riguardante i familiari. Le informazioni militari sono state attinte dall’archivio del ministero della difesa, mentre i dati relativi alla visita di leva e al periodo militare sono tratti dall’archivio di stato di Sassari.

sabato 29 ottobre 2016

POZZU DI BIDDA


A cura di Manuela Trevisan


Sassari mea. Beddi erani li tempi di gandu eru minoredda e faravu a carrera a giugga' cun la puppia. Tutti li pizzinni femmini, aviami una puppia oppuru lu siivvizziu di caffe pa' giuggà a fa li cummari chi aisettani li mariddi chi torrani da trabaglià. Fazziami finta di ciarammiddà, cumenti fazziani avveru li manni. 
Aisittavami chi n'azzava lu caffè, e ciaramiddendi, ciaramiddebdi, fazziamu puru finta di bizziru. Ugna tantu, calche pizzinnu invireschiddu, zi dazzia voltha tuttu cun una pallonadda di palloni di pezza. Erami tutti un poggareddu digraziaddi. Lu palloni chi si buffava, era troppu caru da cumparà. E tandu noi a frasthimà, cumenti fazziani li manni. Vainnorammara vai... tu e lu pallone. Lu santu di ga' t'ha fattu. Una vostha, m'ammentu chi erami accosthu a naddari, e babbu m'ha intesu frasthimendi,, M'ha dittu,... LILLI' ... abarai a vidè chi Gesù bambino, t'ha intesu e lu rigaru accannu ti lu piglia da innè Mattora. A vil'amminteddi a Mattora? era lu caibbunaggiu storico di Pozzu di bidda, Chi beddi tempi. Zi vuriami tutti umbè be. POZZU DI BIDDA CANTA JENTI HA VISTHU NASCI' E MURI'.
Quando ritorno a Sassari, devo per forza di cose passare in quella piazza. Guardare al 3 e ricordare mia nonna che mi chiamava dalla finestra. Lillina,,, azzanni a sobbra chi è ora di magnà. Nonnu toiu ha gia ischuminzaddu. Ajò.... Trubba sobbra. La nostalgia è davvero tanta. Permettetemi una lacrimuccia.

POZZU DI BIDDA 1980-81
Ma voi... niente lacrime. Invece, se questo racconto vi è piaciuto, sarei grata se metteste un bel like e lo condivideste con i vostri amici. Non facciamo perdere la storia e il profumo di quella Sassari che tanto abbiamo amata.


Grazie. Un abbraccio.