venerdì 9 ottobre 2015

Sassari: nascita del dialetto???








A CURA DI:  Marilena Ticca



Nascita della lingua sassarese???
Gavino Marongio (Letterato - Sassari sec.XIV?, sec. XV - ).
Alla fine di alcuni commenti a una gran raccolta di poesie di soggetto storico, da lui curata, nel 1414 il sassarese M. " Gaini de Marongio" così scriveva: < Tute cheste cose ho iscritto yo secondo lo sentimento de li supra scritti sonetti e canzoni di li diti poeti secomo presenti a tute cossi le dete guerre, e altre cose che se feceno eciam secondo le storie e carte che videro potere chiaramente cho fato in la dita citade de Sassari>. QUESTA LETTERA, - che pare scritta in dialetto sassarese italianizzato> viene ciata da E. Costa a dimostrazione - contro un'affermazione di Vittorio Angius - che la lingua sassarese non è nata dopo la peste del 1477 e 1528 <per i corsi venuti a ripopolare la nostra città deserta>, ma si parlava già nel 1414.
(m.t.)

lunedì 5 ottobre 2015

NARRARE LA SARDEGNA - "La vecchia del bisso"



A cura di: Elisa Casu



                                LA VECCHIA DEL BISSO


Le dita della vecchia, lavoravano con attenta pazienza, intorno alla piccola matassa del sottile e prezioso filo di bisso di mare, i cui riflessi d’oro luccicavano quella mattina nella spiaggia dove la donna sedeva nella vecchia sedia di paglia sotto la piccola tettoia di canne. A tratti la vecchia si fermava, sollevava il capo e si perdeva nell’infinito azzurro del mare, respirandone il profumo oleoso della salsedine mista agli odori acri dei residui della pesca della notte appena trascorsa.

Poi sospirando chinava ancora il capo e con la pinzetta riprendeva il fine e filamento dorato portandone avanti la cordatura
A volte disturbata da un leggero maestrale che si divertiva a buttarle, come un ragazzaccio dispettoso, qualche granello di sabbia sull’immensità dei suoi occhi azzurri.

«Bonamanzanada, Tia Lughia» (buongiorno Lucia), la scosse una voce alle spalle

«Ohia, m’asa asciucconadu» (Mi hai spaventato).

«Ell’e pruite?» (Perché?)


Era Juanne, l’amico di tia Lughia, che abitava ormai da alcuni anni accanto alla casetta sul mare della donnina. Non si conosceva niente del suo passato, diceva di giungere dalle montagne dell’interno. Ma Il sole e il mare avevano però ben presto solcato il suo volto, rendendolo simile a quello di un vecchio pescatore. Diceva alla donna di non conoscere il mare, eppure il mare stesso li faceva ritrovare ogni giorno sulla sua riva, seduti su due vecchie panche, così insieme salutavano il sorgere del sole all’orizzonte dell’alba, e osservavano la luna che brilla nel cielo subito dopo il tramonto. 


Juanne quella mattina salutò in fretta la donna, mentre poggiava sul tavolo consumato dalla salsedine “unu canestrheddu” (cestino di giunco) colmo di fichi bianchi.


La donna rimasta nuovamente da sola depose finalmente il bisso, la lente e la pinzetta sul suo cestino da lavoro e affondò ben volentieri i suoi pochi denti sulla polpa granulosa e dolce del frutto. Mentre prendeva un altro fico, giunsero però in spiaggia una coppia di mezza età che la guardava con curiosità:


«Vosthe est sa mastra femina de su bissu» (Voi siete l’esperta del bisso di mare? )


«Eja ell’e pruite» ? (Si, perchè ?).


Nostra figlia si deve sposare e vorremmo che ricamasse un asciugamano di lino per il suo corredo da sposa.


La vecchietta, passandosi le dita tra le labbra per togliere gli ultimi granellini dei fichi, li guardò con attenzione.


“Voglio conoscere la futura sposa”, esordi.


“Ma perché? La pagheremo bene, la ragazza non sta bene, quindi siamo venuti noi” rispose quasi infastidita la donna.


“La voglio conoscere, altrimenti cercatevi un'altra tessitrice” ribadì decisa .


I due si guardarono meravigliati, come se avessero di fronte una vecchia pazza, e il marito tolse la moglie dall’imbarazzo dicendole «andiamo dai cara vorrà dire che verrà Alice da lei».


Al mattino del giorno dopo, le due donne, la vecchia e la futura sposina si ritrovarono sotto la tettoia della casa della vecchia.


La ragazza mostrava uno sguardo intimorito da cerbiatta, entrambe sedettero una di fronte all’altra, mentre il mare con il suo ondeggiare sereno faceva da sottofondo alla loro chiacchierata.


La vecchietta porse subito un telo alla ragazza, su cui brillavano dei preziosi ricami fatti con la seta d’oro del mare, si trattava di un sole, una stella e della luna.


Vedi cara, disse la vecchina questi sono simboli di eternità, così come eterno è l’amore che ti lega al tuo sposo. Prezioso è il bisso con cui li ricamo, dono del nostro amico mare, perché prezioso è il sentimento del tuo cuore verso il tuo amato. Ora scegli quali di questi simboli vuoi che io ricami sul tuo prezioso telo del corredo. E così dicendo guardo a fondo il viso della ragazza.


Alice abbassò presto lo sguardo, depose il telo nella cesta da lavoro posta sul tavolo, e silenziosa osservava il mare.


La vecchia accompagnò il suo silenzio e riprese un altro ricamo che aveva già iniziato.


Dopo alcuni attimi la ragazza sempre con lo sguardo rivolto sul mare chiese alla nonnina.


«Tu credi all’amore eterno»?


E prima che la nonnina rispondesse buttò lo sguardo incuriosito su una vecchia bottiglia con dentro una pergamena ingiallita dal sole.


«Ma nonnina, questa è tua? Chiese»


«Si cara..»


«Ma è vecchia»?


«Ahahahah avrà più o meno 70 anni. E’ la mia promessa d’amore», sospirò la donna. «Quando avevo la tua età venivo spesso qui per accompagnare la mia mamma, e insieme osservavamo due giovani pescatori che sul loro gozzetto si allontanavano dalla riva per pescare il bisso di mare. I corpi abbronzati, resi lucenti dalla salsedine del mare li rendevano ai miei occhi due divinità. Mi innamorai del più giovane, uno sguardo e un bacio rubato sotto il chiarore della luna ci unì per sempre».


«E poi? cosa accadde?» chiese entusiasta la ragazza, mostrando finalmente il rossore delle sue giovani gote.


«Accadde che non lo rividi più, partì col papà, non ci salutammo ma tra gli scogli trovai questa bottiglia con dentro un messaggio»:


“Cara Lughia cantu mannu est su mare, gai est mannu s’amore meu pro a tie. Mancari t’appo acciappare a norant’annos a tando appo a t’aisettare”.


Ah, esclamo la ragazza portandosi le mani alla bocca! (Cara Lucia, quanto grande è il mare, così lo è il mio amore per te! Dovessi aspettare fino ai tuoi 90 io ti aspetterò).


«Nonnina quanti anni hai»? Chiese la fanciulla.


«90 la prossima settimana». Rispose serena la vecchia.


In quel momento arrivò dal retro della casetta il garzone del pane, un bel giovine.


«Signora posso? Ho portato il pane», chiese educatamente il ragazzo.


«Prego entra » rispose la vecchina.


I due ragazzi s’incontrarono con gli sguardi carichi di imbarazzo, entrambi arrossirono, e si udì a malapena un ciao sibilato.


La donna capi, guardò la ragazza le sorrise e tenendole strette le mani fra le sue le disse con dolcezza «Se hai qualcosa di prezioso nel cuore ritornerai.. »


La ragazza osservava ora il ragazzo con tristezza ma con una certezza nuova nel cuore e fuggì via come una gazzella.

Il giorno del suo novantesimo compleanno la vecchia tirò fuori dall’armadio in radica bianca un prezioso scialle color argento, si guardò allo specchio mentre lo poggiava delicatamente sulle piccole spalle dolcemente ricurve. Raccolse in un morbido chignon i suoi lunghi capelli bianchi e all’imbrunire raggiunse la piccola scogliera vicino alla sua casetta, dove 70 anni fa aveva ritrovato la sua promessa d’amore che emozionata stringeva fra le mani. Il mare quella sera mostrava un po’ di agitazione, buttando fra i piedi nudi della vecchia abbondante e fresca schiuma bianca.

La donna chiuse gli occhi e inspirò profondamente, aspettò che il mare entrasse in lei, con i suoi profumi, la delicatezza e la sua impetuosità.
E mentre concentrata si perdeva nell’immensa distesa d’acqua, senti una mano rugosa cingerla alle spalle.
La donna riapri gli occhi, sorrise e disse.
«Sei arrivato finalmente, hai mantenuto la promessa».
L’uomo taceva, ma sentiva il pulsare del suo cuore in ogni parte delle sue membra.
La donna finalmente si voltò e rise, risero tanto, tutti e due perché capirono che in fin dei conti non si erano mai persi, lei e Juanne infatti si erano ritrovati già da qualche anno. Il loro amico mare li aveva fatti rincontrare dando loro appuntamento ogni giorno al mattino al saluto del sorgere del sole e alla sera per dare il benvenuto al nuovo chiarore di ogni luna, mantenendo cosi la sua dolce promessa di eternità.

sabato 3 ottobre 2015

Santa Caterina

DISCUSSIONE  N° 1


Da Giacomino Puliga per:

Interesse collettivo, Pubblico una antica foto della chiesa di santa Caterina in Piazza Azuni. 
Mio zio non voleva che la pubblicassi ma non ho resistito.
E' stata ritrovata durante il restauro della chiesa di San Giacomo in piazza duomo. era dell'anzia no sacrestano..
La foto adesso si trova in America ... esattamente a Boston dallo zio emigrato.






venerdì 11 settembre 2015

Sassari: mutamento urbanistico.

A cura di: Mario Grimaldi   


                                                 COME CAMBIA LA CITTA'
    Quando immersi in quel giro di strade e di curiosità, la città borghese si era sviluppata a partire dalla seconda metà dell’ottocento con l’abbattimento di buona parte delle mura medioevali e con altre demolizioni non meno gravi - la chiesa di Santa Caterina in P.zza Azuni, per esempio - e con la costruzione di nuovi quartieri secondo il modello banalmente ortogonale allora di moda: Via Mazzini, Via E. Costa, Via A. Deffenu, per molti di essi non presentavano nessun interesse. 

      Anche il salotto di Sassari - Piazza D’Italia - parve ai loro occhi banale e un po squallida nella ripetitività dei suoi riti quotidiani. 
      Soldati caporali balie domestiche piccoli impiegati sul lato del palazzo del Governo, la mattina e nel primo pomeriggio; un via vai senza soste e senza novità dal tardo pomeriggio fino a sera inoltrata quando la diana delle convenzioni, all’unisono con la tromba che suonava la ritirata della guarnigione, metteva fine allo struscio, ai mille intrighi perpetrati dagli occhi, lacerava all’improvviso l’infima trama delle mille complicità e richiamava anche i più resistenti ai torpori del tram tram familiare nell’intricata topografia della città vecchia”... 

< Diceva il dotto Prof. Ignazio Delogu (di professione professore universitario, scrittore e giornalista) che: “li si consumava l’identità antropologica e ideale tra Sassari e la Dublino di Joyce o l’Odessa di Babel città di artigiani e di mercanti dall’immaginazione ardente e dall’ affabulazione colorita. Ed era quella la città che interessava alla gente. quella che la ziddai - il Borgo dei pisani, cioé il Corso - divideva a metà , quella delle due grandi arterie parallele, Via Turritana e Via Lamarmora e delle due strade che in qualche modo le intersecavano, Via del Duomo e Via Rosello (la prima già avviata al tramonto, la seconda ancora viva e sanguigna), attorno alle quali, in forme varie ma sempre sorrette da un idea urbana di chiarezza e di razionalità, la città si disponeva affermando in forme più passive e subalterne che attive la sua identità e la sua sassaresità" >...
@mariogrimaldi




domenica 30 agosto 2015

Un racconto dedicato a........


CURA DI Elisa Casu



LA CACCIA




" Dedico questo racconto agli amici cacciatori sardi, non riesco a immaginare un banchetto sardo senza almeno un piatto di carne di cinghiale al sugo,,, poi ognuno di noi è libero di dare un giudizio morale sulla caccia, ma io la penso come tiu Bantine..."
(Elisa).



Il maestrale bussò presto al vecchio portone in legno di Tiu Bantine che mentre sollevava la testa dal piatto di minestrone freddo sorrise, ringraziando il vento ma dicendole fra se che era sveglio ormai da un bel po’. L’uomo passò il tovagliolo verde sui baffi bianchi dopo aver bevuto una tazza di vino rosso, della sua vigna.

Si alzò da tavola, sopra il grosso maglione di lana a dolce vita mise il gilet, infilò la cartucciera si diresse verso la vecchia cassapanca e con delicatezza lo tolse fuori: era il suo fucile da caccia. Piegò e poggiò da una parte il panno in velluto rosso che lo avvolgeva. Aprì la doppietta e controllò ancora una volta che la canna fosse pulita. Lo aveva già fatto la sera prima ma un po per scaramanzia un po per prudenza preferiva assicurarsi che tutto fosse a posto. Prese con entrambe le mani la robusta tracolla in pelle e mise il fucile in spalla. Andò verso l’uscita prese sa ciccia (il capello tipico dei pastori sardi) e la indossò, a destra dell’ architrave della porta era appeso un vecchio Crocifisso, alzò sa ciccia in segno di saluto, sospirò ed uscì. 
Era un oretta circa prima dell’alba, quando aprì il cancello, i cani scodinzolarono felici ed eccitati mentre sentivano già nel muso l’odore acre del cinghiale, desiderosi soprattutto di non deludere il loro padrone.
Gli scarponi di tiu Bantine rompevano il silenzio dell’alba, svoltato il vicolo del paese, a fianco della Chiesa patronale si incontrò con i compari, pronti anch’essi per la battuta di caccia. 
Salute compare!, si salutarono a bassa voce per non svegliare il paese ancora immerso nel sonno, e in processione sfilarono con le canne dei fucili rivolte verso il cielo ancora stellato con la luna che li seguiva, ma ormai pronto a lasciare il posto al primo chiarore dell’alba.
Compare Nino, andava avanti in disparte perso nei suoi pensieri, talmente distratto che inciampò nella soglia della casa del sacerdote. 
“Eh cosa vuoi la benedizione prima della caccia ?”, scherzò Pizzentinu, il più giovane del gruppo, nipote di compare Matteu, un altro cacciatore della grande compagnia . Ma il ragazzo non fece in tempo a finire la frase che le arrivò un sonoro scapaccione dalla grossa mano dello zio che gli fece volare in alto la ciccia di velluto marrone . 

“Non bestemmiare , porta rispetto!”Rimproverò lo zio al nipote. 

Ancora compare Nino mostrava di apparire troppo distratto. Tiu Bantine che lo conosceva bene, lo prese in disparte e passatogli il braccio intorno alle spalle chiese a bassa voce : “Cosa c è compare ?”
“Eh ..Raffaellina, compà, lo sapete non vuole che vada a caccia, manca poco alla nascita del bambino e ha paura .” Rispose compare Nino.

“Pregamus chi andet tottu ene, per deu,”( preghiamo Dio che vada tutto per il meglio)! Esclamò rincuorandolo Tiu Bantine.

Avevano intanto preso la pittiriaca (viottolo di campagna), all’uscita del paese iniziava così la strada sassosa e li si erano appoggiati al muretto a secco sos battidores (i battitori), una truma (gruppo) di almeno 15 ragazzini con matracche, tamburi e fischietti.

Si salutarono e iniziarono la discesa scoscesa, i cani a malapena si tenevano, ansimavano pronti a scovare la bestia. A fatica i compari riuscivano a tenerli rischiando più volte di scivolare lungo la discesa della collina impervia. Finalmente arrivarono all’imboccatura della valle .


Chiuse le bocche ora parlavano solo i rumori degli scarponi dei cacciatori sui sassi, che ben presto si sistemarono dietro piccoli cespugli di mirto, ciascuno nella sua posta. A valle i battitori con fischietti, legni e battito di mani pensavano bene di iniziare un chiassoso concerto di rumori per scovare i cinghiali, i cani sciolti correvano e abbaiavano annusando il terreno, eccitati e desiderosi di accontentare i loro padroni a portare a buon fine la battuta di caccia, con le narici umide immerse nella fragranza del mirto e del corbezzolo in fiore che riempiva tutta la campagna.
Mentre il gruppo di caccia iniziava la battuta e si sentivano i primi guaiti e i primi spari, il rito ancestrale della caccia si perpetuava anche quel mattino: la lotta fra l’uomo e l’animale, fra la vita e la morte! Contemporaneamente però in paese a casa del cacciatore, compare Nino iniziavano invece i gemiti: erano le doglie della giovane moglie, la nuova vita desiderosa ormai di nascere!

Le donne di casa si preoccuparono subito di mandare il figlio più grande a casa dell’ostetrica (sa mastra e partu).
Mentre compare Nino mirava e sparava al cinghiale, la moglie aiutata dall’ostetrica prendeva un forte boccata d’aria per dare le ultime spinte.
Gli spari rimbombavano nella valle, accompagnati dalle imprecazioni nervose dei cacciatori e dai latrati dei cani, anche loro madidi di sudore e desiderosi di guidare le bestie nella direzione dei loro padroni fermi nelle poste col fucile carico pronti a sparare al primo cinghiale che fosse venuto a tiro.
In paese intanto, nel letto matrimoniale in ferro battuto, la puerpera con la fronte rigata dal sudore cacciava fuori tutta la sua forza per guidare verso la luce la nuova creatura: panni, acqua calda, forbici tutto era pronto per accogliere alla vita il nuovo nascituro.
I compari intanto dopo una lunga mattinata, stanchi e contenti portavano le bestie come trofei in paese, svoltavano l’ultima curva prima di arrivare in biddha ( paese).
Arrivarono di fronte alla casa di compare Nino dove svelta gli andò incontro la mamma: “Curre, curre, chi bat bisonzu de a tie”(corri , corri, c è bisogno di te).
L’uomo d’impulso si mise a correre, Tiu Bantine ridendo gli disse: “Bogandinde assumancu su fusile, o lu cheres già cazziadore custu pizzinneddu”! (Deponi almeno il fucile o lo vuoi già iniziare alla caccia questo bimbo).
I compari risero. Compare Nino si levò dalla spalla il fucile e lo consegnò con calma a compare Bantine e lesto come una lepre entrò in casa.
I compari sistemate le bestie nel retro della casa dove i vecchi erano pronti per l’usciatura e allo svuotamento dalle viscere, si ritirarono e sistemarono cartucciere e fucili, e si diedero appuntamento sotto casa di compare Nino.


Era ormai il tramonto, la luce tenue illuminava la stanza al primo piano della puerpera, giù in strada i compari di caccia in cerchio, con il bicchiere di vino in mano salutavano la nuova vita. Il vino rendeva allegri e dava l’ispirazione giusta per intonare qualche Trallalera (versi in sardo), dove compare Nino veniva preso bonariamente in giro.
Al piano di su il bambino succhiava beato dal seno della mamma, e nella casa accanto la carne di cinghiale la si stava lavorando alla meglio.
Dopo una settimana il bambino vene battezzato, e venne preparato per l’indomani un pranzo a base di carne di cinghiale e vino rosso dove si brindò ancora alla nascita del figlio di compare Nino, e anche alla buona riuscita della caccia.

In fin dei conti pensava Tiu Bantine mentre la sera, un po barcollante e felice rientrava a casa: “Sa vida est gai, unu giru inue sa vida si leat a brazzu cun sa morte. Sa cazzia che furat unu bicculu a mama Terra , ma sa vida andat adaenanti cun naschidas e mortes, già no semus poi nois cazziadores sos malos !” (La vita è cosi: un cerchio dove la vita e la morte si prendono a braccetto. La caccia che ruba alla natura un po’ di se, e la vita che continua il suo corso col miracolo della nascita, in fondo non siamo noi cacciatori i cattivi!) Pensava entrando nell’uscio di casa Tiu Bantine, che salutando con la ciccia in mano fece un simpatico occhiolino al vecchio Crocifisso, aggiungendo: “Tue mi cumprendese beru”! (Tu mi capisci vero?)



Ricodi d'estate.... La colonia marina.











A CURA DI Mario Grimaldi


RICORDI D'ESTATE:

Di quella estate era per molti anche tempo di colonia. 
Non solo le parrocchie, per i bambini meno abbienti, ma anche le amministrazioni pubbliche e le grosse aziende, ogni stagione estiva organizzavano per i figli dei loro dipendenti quelle colonie estive destinate, in strutture organizzate e ben vigilate da professionisti attenti, ad ospitare i giovani villeggianti. 
In genere si trattava di trascorrere una quindicina di giorni in località balneari ed, allora ecco questi piccoli con capellino, attrezzati di rastrello, secchiello, paletta e annaffiatoio intenti nella costruzione di un castello di sabbia che, forse in molti casi, avrebbe voluto rappresentare i sogni per il loro futuro.
Il ruolo di vigilante attenta spettava ad una carina signorina (generalmente si preferivano delle giovani maestrine che durante il periodo scolastico avevano svolto il tirocinio presso le scuole elementari..... (Chi non ricorda le Signorine del tirocinio che spesso presenziavano in aula portando un aria di gradita e festosa novità e gradito diversivo tra i nostri banchi!).....




















IL GELATAIO






A CURA DI   Mario Grimaldi




Noi da bambini(nel primo pomeriggio svegliavamo l'omino dei gelati appena appisolatosi sopraffatto dal caldo ma anche dal lavoro, che anche se non lo sembrava doveva esser abbastanza faticoso... e vediamo perché) - 
Era d' estate , il sapore estivo di allora possiamo ancora gustarlo con il ricordo di questo personaggio che con le sue apparizioni fugaci e periodiche ha lasciato un ricordo, ancor oggi, vivo e piacevole: portava a noi bambini di allora, nelle ricorrenze delle grandi festività, ma anche nell'ordinarietà delle comuni giornate trascorse nella calura cittadina a passeggio per le vie , un gradito refrigerio sotto forma di cono da farcire con i più disparati gusti di quelle bontà tanto apprezzate e che per gustarle, ci costringevamo anche a lunghe file (con le venti lire in mano).
I bimbi erano, infatti gli avventori più affezionati e fedeli, tutti, anche i più poveri riuscivano ad avere dai genitori qualche soldino per potersi comperare il gelato. Arrivavamo presso il carrettino di corsa, agitando in aria le monetine tenute strette tra il pollice e l'indice e , ordinato il gelato " tutto crema" o "crema e
cioccolato" o "solo cioccolato", restavamo li fermi in trepida attesa, seguendo con apprensione la paletta, sempre avara a nostro giudizio, che riversava nel cono o nella coppetta di cartone la "celestiale" manna.
La preziosa merce era contenuta in due o più (a seconda di quanti gusti erano disponibili per la somministrazione) sorbettiere che altro non erano che recipienti di rame allogati negli appositi spazi del piccolo e bianco carretto entro buche cilindriche, dalle pareti rivestite di sughero pressato. Tra le pareti interne di queste e quelle esterne delle sorbettiere correva tutt'intorno del vuoto, a mo di intercapedine, che veniva riempito di ghiaccio tritato e sale; un sacco di iuta ben attorcigliato ne sigillava l'orlo, isolando il ghiaccio dalla temperatura esterna e ritardandone così la liquefazione.
Sulla parte libera del piano del carrettino faceva spicco un - porta coni - di vetro e, quando era in atto.... lo smercio, il coperchio di ottone cromato di una delle sorbettiere; in basso, invece, sul lato che dava verso il sellino del triciclo, si apriva una piccola nicchietta quale dimora della scatola contenente
la scorta dei coni....
FASCINO BAMBINO....
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