lunedì 8 settembre 2014

Sassari / La cultura nel periodo del fascismo (testimonianze)

Da Mario Grimaldi




Foto I: gruppo dii giovani fascisti alla pineta comunale (che sarebbe diventata poi colonia IX Maggio nel rione di Monte Rosello di Sassari; nella data del ix maggio 1936 il duce proclamò la fondazione dell'impero).

Foto II: Inaugurazione delle scuole elementari di San Giuseppe in Sassari avvenuta il 28 ottobre del 1936 (la scuola, insieme alle trentaquattro aule, vantava una bella palestra "MENS SANA IN CORPORE SANO" e un rassicurante muro di recinzione).

Foto III: Sassari, Via Roma, una sfilata di fascisti della milizia( negli anni trenta, nella nostra città, la sede della milizia era tra Via Roma e Piazza Conte di Moriana, nel palazzo ove attualmente è ospitata la Facoltà di Lettere in una struttura solida e massiccia che vuol rappresentare un esempio di architettura fascista).



Da Capitano
Un documento abbastanza raro. Il periodo era quello del fascio. La pagella è quella di mia mamma.






Da Tullio Moledda






domenica 7 settembre 2014

Sassari "Museo Sanna"


A cura di Sassari Storia



Sassaresi Illustri -  GIOVANNI ANTONIO SANNA
(Sassari 1819 – Roma1875)

Chi era Giovanni Antonio Sanna? Era un importante imprenditore nonché  politico, figlio di un avvocato sassarese, Giuseppe Sanna appartenente alla nuova borghesia, e di Maria Ignazia Sanna.
Lo si può definire una sorta di estremista avente  idee mazziniane. Egli  lasciò Sassari in giovane età alla  ricerca di un avvenire, e trovò  altrove i mezzi e le possibilità che all'epoca la famiglia non poté garantirgli.
Emigrato a Marsiglia, divenne commerciante dando subito dimostrazione di capacità ed intelligenza innate, dando maggior importanza ai capitali che ai beni immobili. Sposatosi con la spagnola María Llambí y Casas, ebbe quattro figlie: Ignazia, Amelia, Enedina e Zelí. 
Nel 1847 ottenne la concessione per la costituzione di una società per lo sfruttamento delle miniere di Montevecchio (Guspini, CA), divenendone il proprietario grazie ad una donazione, fattagli dal Re, di 1200 ettari di terreno.
Fece parte del Consiglio Comunale di Guspini e,come Deputato del Parlamento Subalpino si prodigò, fra l'altro, per evitare la soppressione delle Università di Sassari (1859) e di Cagliari (1860) e della Corte d'Appello di Sassari. 
Nel 1860 acquistò il giornale torinese il “Diritto”,scrivendo articoli di denuncia sullo stato d'abbandono in cui si trovava la Sardegna e contestando il trattato di cessione di Nizza e Savoia alla Francia. 
Nel 1871 fondò a Roma la Banca Agricola Sarda, con filiale a Sassari per incentivare i lavori di bonifica nell'Isola, facendole raggiungere importanza nazionale ma venne coinvolta nel fallimento delle banche sarde degli anni ottanta. 
Con grande intraprendenza si dedicò alla miniera di piombo argentifero che, nel 1865,divenne con 1100 operai la più grande del Regno.
L’estrazione dei minerali continuerà fino al 1991,
Dotato di grande sensibilità archeologica e artistica, raccolse una vasta collezione di reperti archeologici e di oltre 250 opere artistiche di ogni epoca, avviando a Sassari una scuola d’arti e mestieri collegata.
Alla sua morte, avvenuta a Roma il 9 febbraio1875, fu aperto il testamento in cui fra l'altro è scritto: “Lego alla città di Sassari, mia patria, tutti i quadri d'arte e gli oggetti archeologici che possiedo.  Questo legato desidero che possa essere d'incentivo a formare nella mia cara patria un Museo di Antichità”. 
La donazione di questa collezione comprendeva,infatti, una considerevole raccolta di reperti archeologici ed oltre 250 opere d'arte che adornavano la sua casa di Sassari posta nell'odierno Emiciclo Garibaldi e costituirà il nucleo del futuro Museo nazionale archeologico ed etnografico “G. A. Sanna”, fatto costruire sui terreni di proprietà e a spese di sua figlia Zelí, e a lui intitolato negli anni trenta, nonché del Museo Sassari Arte (ossia la Pinacoteca di Sassari allestita, nel 2003, nel restaurato edificio del vecchio Convitto Canopoleno a fianco della Chiesa di Santa Caterina).


Sanna morì a Roma nel febbraio di 1875, dopo una lunga malattia. La sua salma venne trasferita  dal Cimitero del Verano di Roma a Sassari nel 1925 per volere delle figlie e riposa all'interno dell’imponente monumento marmoreo di stile neoclassico, nel Cimitero Comunale della città.


giovedì 4 settembre 2014

TORRONAI.


A CURA DI: Mario Grimaldi
Non vi era Festa a Sassari che non avesse il suo bravo torronaio, vicino al quale, se non li vendeva egli stesso, prendeva sistematicamente posto il venditore o la venditrice di semi di zucca, bombolotti, caramelle a pezzi, noccioline, l’immancabile liquirizia ed altre piacevolezze graditissime al palato dei piccoli e non solo. Poteva mancare qualunque altro tipo di commercio, ma quello del torrone mai!La produzione di questa prelibatezza non era certamente proporzionata tra la fatica e il guadagno ed è comprensibile che questi commercianti di torrone, facevano affidamento sulla mole numerica di clienti e quindi, instancabilmente, non mancavano mai all’appuntamento festivo nell’ambito del quale potevano contare di un gran numero di acquirenti.Lo “stand” del torronaio nella zona dei festeggiamenti era molto... semplice: un rustico bancone con un “carasciu”(cassetto) incastrato sotto -, ricoperto da una tovaglia bianca di carta, a volte protetto, da una “infrascata” per proteggere la merce e il proprietario dal sole del giorno e da “lu lintori”(umido) della sera... con l’avanzare del progresso, le frasche furono sostituite dagli ombrelloni. Sul bancone, in bella mostra era sistemato il bianco torrone, fatto di mandorle e miele di produzione locale. Tagliato a pezzi di diversa grossezza, e dietro il torronaio, veloce nel servire i compratori, con il tipico grembiule bianco infilato al collo e legato con due fettucce dietro la schiena. (generalmente il grembiule, sul davanti e all’altezza della pancia aveva, una a destra e l’altra a sinistra, due capaci tasche: una per le monete di grosso taglio... e l’altra per lo spicciolame. In mano teneva sempre l’affilatissimo taglione (coltellone) per tagliare dalle grosse pezzature le razioni di torrone richieste dai clienti: “li baggiani” (giovanotti celibi) per invitarlo alle belle maschiette, i più attempati per portarlo ai figli, alle mogli e ai nonni a casa: altri ancora per gustarlo sul posto senza perder tempo, mentre a li caggaiori (ragazzini un pò vispi) era concesso, ogni tanto di raccogliere le briciole che, a furia di tagliare il dolce, si accumulavano sul bancone e che, di volta in volta, venivano spinte col coltellone dal torronaio verso un angolo del piano di appoggio. Mi par di ricordare anche che , all’imbrunire accendevano il loro lume alimentato dal petrolio che non dispensava i passanti dal tipico odore acre che produceva la combustione necessaria per far luce sul bancone. Per motivi di spazio non mi pare opportuno riferire qui di seguito quale fossero le procedure per la produzione del torrone e le varie ricette a seconda del tipo e della qualità. ma una cosa è certa, allora il torrone si faceva in casa, a forza di braccia, con un dispendio di energie invero notevole e impensabile per la resistenza che opponeva la densa massa di miele al movimento del bastone che mescolava tutti gli ingredienti all’interno del capiente paiolo , sostenuto da un tripiede posto sopra un bel fuoco di legna.. A dirlo così, sembra fosse un operazione, se pur faticosa,, facile: tutt’altro.. in effetti occorreva maestria e destrezza oltre che per dosare gli ingredienti, anche per regolare i movimenti col bastone, movimenti tesi a favorire la giusta amalgama; occorreva capire quando era il momento di alimentare il fuoco o abbassarlo per impedire l’adesione della crema al paiolo e tanti altri accorgimenti che non potevano esser eseguiti da improvvisati pasticcieri. Posso concludere scrivendo che, oggi di tanta fatica e del “povero” caro torronaio di una volta non resta che un tenero, nostalgico e soprattutto DOLCE ricordo.




mercoledì 3 settembre 2014

QUATTRO MORI IN BANDIERA.




Sassari (20 maggio 2014)



A CURA DI MARIO GRIMALDI

Sulle origini dello stemma della nostra regione esistono ,da secoli, tra gli studiosi di araldica e tra gli storici svariate teorie e interpretazioni. Secondo una tradizione di studi, che risale alla cultura sarda del 
seicento, lo stemma avrebbe avuto origine nell'età dei quattro Giudicati, che lo avrebbero adottato per celebrare le loro vittorie sugli arabi, rappresentati con le teste dei mori e con la benda sugli occhi in segno di sconfitta.... A richiesta di alcuni amici, interessati a questo argomento, penso possa considerarsi cosa gradita approfondire un po di più la ricerca mirata a quel cercare di fornire risposte più soddisfacenti: 
Dunque, lo stemma dei Quattro Mori è diventato per antonomasia il simbolo della nostra Regione.(iniziamo col dire che da un punto di vista araldico si tratta di un'insegna presente in stemmi, medaglie e bandiere: una croce rossa in campo bianco con la testa di un moro bendato in ciascuno dei quattro quadranti.
Le più antiche notizie storiche risalgono al secolo XV°. In effetti essa era di origine catalana: le quattro teste di mori sono riferibili ad antiche imprese del regno d'Aragona nei confronti dei regni mori della penisola iberica, in particolarte alla battaglia di Alcoraz (1096), nella quale la miracolosa apparizione di un guerriero vestito di bianco splendente con una croce rossa sul petto (San Giorgio, poi assunto come protettore del Catalogna) avrebbe condotto alla vittoria Pietro I° di Aragona, e dopo la vittoria sarebbero state trovate sul campo di battaglia quattro teste di mori bendate e coronate, simbolo della dignità regale. Allo stato attuale delle cose non è dato sapere per quale motivo questa insegna, che in Aragona fu presto sostituita dallo scudo con i colori giallo e rosso a bande, sia stata poi utilizzata nel regno di Sardegna ed i pareri degli storici sono diversi. La tesi che potrebbe apparire più ragionevole è che, nel momento di aggiungere alla federazione catalano-aragonese un nuovo regno, ci si fosse posti, da parte dei conquistatori, il problema di dotarlo anche di uno emblema: la prima attestazione di esso si troverebbe infatti nel sigillo di una carta di privilegio per il municipio cagliaritano, datata 1328, pochi anni dopo la conquista. Quando i territori isolani passarono ai Savoia il simbolo continuò a essere usato e addirittura fu inserito al centro dei grandi stemmi gentilizi della nuova dinastia. Nel corso di quello stesso secolo XVIII°, però, i mori, che precedentemente erano raffigurati con una benda sulla fronte, presero ad essere raffigurati con una benda sugli occhi, secondo Vico Mossa per la distrazione nella fattura di un nuovo punzone, utilizzato per sostituirne uno più vecchio, in cui la reale posizione delle bende era diventata illeggibile. Una volta proclamata l'unità dì Italia sembrò che l'antico simbolo del Regno sardo fosse caduto in disuso, ma dopo la fine della prima guerra mondiale, con l'affermarsi della cultura sardista, esso divenne l'insegna del Partito Sardo d'Azione e prese ad esser nuovamente considerato come il simbolo della sardità. Quando, dopo l'entrata in vigore della Costituzione repubblicana , fu istituita la Regione Autonoma della Sardegna, il simbolo ufficiale della Regione divenne appunto quello dei Quattro Mori. Infatti con il D.P.R (decreto del Presidente della Repubblica) del 5 luglio 1952 (trascritto nel Registro Araldico dell'Archivio di Stato di Roma il 28 ottobre 1952 e nei registri dell'Ufficio Araldico il 14 dicembre 1957):
"< Concessione alla Regione autonoma della Sardegna di uno stemma .. d'argento alla croce di rosso accantonata da quattro teste di moro bendate.">.
Una successiva deliberazione all'inizio degli anni 2000 ha fissato la collocazione delle bende sulla fronte e l'orientazione delle quattro teste dei mori a destra.
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martedì 2 settembre 2014

SASSARI - BUNNARI VECCHIO - " Monumento all'acqua "

A CURA DI Antonio Carta


La Diga di Bunnari bassa : Appena fuori Sassari c'è un mondo perduto e dimenticato, nel 1880, permetteva la raccolta delle acque del Rio Bunnari . in cima e al centro della muraglia della diga, la suggestiva scritta in metallo a ricordare l'anno di costruzione e di inaugurazione " 1878 ". Nelle vicinanze vi è anche il caseggiato dove veniva filtrata l'acqua, inoltre preciso che, l'acqua del Bunnari arrivava a Sassari, senza aver bisogno di pompe di sollevamento. Oggi tutta la struttura si trova in stato d'abbandono.





venerdì 29 agosto 2014

LA NASCITA DEI GIUDICATI IN SARDEGNA.









A cura di : Mario Grimaldi



Spesso, trattando la storia dei nostri territori, necessariamente dobbiamo far cenno ai Giudicati, fin ora, però non mi pare aver approfondito per quanto concerne il percorso storico fin dalla loro costituzione. Per iniziare è necessaria una premessa. “ < Tra l’ottavo e il nono secolo l’Europa dovette affrontare una seconda ondata di invasioni barbariche: ad est gli Ungari e gli Slavi, a nord I Vikinghi (Normanni) e a sud gli Arabi. Alcuni si posero sotto la protezione dei potenti e rafforzarono così il sistema feudale; altri si unirono in un tentativo di difesa comune, che diede origine alle Repubbliche Marinare e ai Comuni. Le due grandi potenze dell’epoca, il Sacro Romano Impero e l’Impero Bizantino, parevano incapaci di arginare il pericolo che ancora una volta premeva minaccioso ai confini dell’Europa, quindi molti Europei FECERO DA SE, e ottennero un duplice risultato: innanzitutto riuscirono a respingere i nuovi Barbari,popi, forti della potenza raggiunta, si sottrassero alla soggezione dei signori feudali e a quella dei due imperi, rendendosi indipenenti. > Ed ecco che anche i SARDI, circondati da un mare musulmano e nell’impossibilità di ottenere aiuti dall’ Impero Bizantino, provvidero in proprio a organizzare la difesa della Isola: rintuzzarono i continui assalti degli Arabi e, contemporaneamente, spezzarono del tutto i già deboli legami che li avvincevano al governo di Bisanzio. Quando e come ciò avvenne non sappiamo, giacché i documenti di quel tempo sono praticamente inesistenti, ma possiamo supporre che, inizialmente, la difesa si sia concentrata nelle quattro città maggiormente colpite dalle scorrerie saracene: Cagliari, soprattutto, poi Tharros (Oristano), Civita (Olbia) e Turris (Porto Torres); una volta scongiurato il pericolo e divenute indipendenti , le quattro città-stato iniziarono ad espandersi nell’entroterra, fino a raggiungere la quadripartizione dell’isola: I QUATTRO GIUDICATI.Almeno alcune dat, comunque, possono esserci d’aiuto: nella primavera dell‘ 815 una ambasceria di Sardi si reca alla corte dell’imperatore Ludovico il Pio, chiedendogli inutilmente un aiuto contro le devastazioni compiute dagli Arabi; nello stesso secolo i pontefici Leone IV e Niccolò I scrivono ai quattro Giudici (praticamente RE) sardi per condannare la pessima usanza dei matrimoni fra consanguinei. Possiamo quindi supporre che già dai primi decenni dell’ 800 la Sardegna fosse stabilmente divisa e organizzata in quattro stati indipendenti, i GIUDICATI, appunto.”

ABBIAMO GIA’ SCRITTO IN UN POST PRECEDENTE DELLA SARDEGNA GIUDICALE TRATTANDO DELLA SUA AMMINISTRAZIONE. DEL GOVERNO E DELLA SOCIETA. I QUATTRO GIUDICATI CON LE LORO PRINCIPALI CURATORIE.
TORRES: Romangia, Anglona, Coràso, Florinas, Monteacuto, Cabuabbas, Meilogu, Costaval, Goceano, Planargia, Marghine, Ottana-Sarule, Montiferru;ARBOREA: Guilciber, Barbagia-Ollolai, Campidano-Milis, Parte Barigadu, Campidano Maggiore, Mandrolisai, Campidano-Simaxis, Barbagia-Belvi, Parte Valenza, Parte Usellus,
Bonorzuli, Parte Montis, Marmilla; GALLURA: Montangia, Gemini, Unale, Fundimonte, Orifili, Montalbo, Barbagia-Bitti, Galtelli-Orosei;

CAGLIARI: Ogliastra, Siurgus, Barbagia-Seulo, Nuraminis, Trexenta, Gerrei, Sarrabus, Parte Gippi, Parte Olla, Cixerri, Decimo, Campidano Cagliari, Sulcis, Pula-Nora-Capoterra,
Sant’Atioco.


E allora iniziamo ad approfondire: Mi pare avessi già scritto della, diciamo organizzazione burocratica di questi Giudicati, ma penso che rinfrescare la memoria serva anche a sollecitare altri approfondimenti.. dunque:

AMMINISTRAZIONE: IL GIUDICATO (detto rennu = regno o logu = territorio) si divideva in curatorie o partes(= provincie) amministrate da un curator governatore) nominato dal giudice; ogni curatoria comprendeva un certo numero di ville = (paesi) amministrati da un majore de villa che veniva nominato dal curatore.

GOVERNO: Tutti i poteri dello stato (legislativo, esecutivo, giudiziario) e il comando dell'esercito erano accentrati nel giudice (detto anche Donnu, dal latino dominus = Signore), la cui carica, prima elettiva, divenne poi ereditaria. Gli affari più importanti dello stato venivano discussi nella Assemblea del Regno (la corona de logu), cui partecipavano i (majorales = maggiorenti), i donnikelos (familiari del giudice, maggiorenti), il clero e il popolo, ma col solo potere consuntivo. 

SOCIETA': La classe dominante era costituita, naturalmente, dai majorales (donnikellos, alto clero, latifondisti e grandi proprietari di bestiame); c'erano poi i liberi possessores piccoli proprietari terrieri), che potevano migliorare le proprie condizioni economiche e diventare maggiorenti. < Il resto della popolazione > scrive A. Boscolo, <che ammontava a tre quarti del totale, era formato da servi (servos) che, a seconda della soggezione al padrone, prendevano diversi nomi> 
Eì interessante ricordarli: 
Il servo integru dava tutta la sua opera ad un solo padrone; 
Il servo leteratu apparteneva a un solo padrone solo per metà, mentre, se per un quarto, prendeva il nome di pedatu. 
E' importante, però, sottolineare che la proprietà del servo non era intesa in termini fisici, ma riferita alla sua prestazione di lavoro calcolata in giornate: in questo rapporto il servo poteva essere venduto, donato, permutato. Il restante tempo libero era del servo, che poteva lavorare per se stesso e pagarsi la libertà. Avveniva, così, che un servo rimanesse tale per dover dare al suo signore il lavoro di un solo giorno la settimana, e vi era chi, seppur completamente libero, rimanesse legato al padrone solo per dovergli speciali prestazioni. 
<Al servo era riconosciuta, comunque, la personalità patrimoniale, una propria capacità giuridica, la libertà di contrarre matrimonio, di partecipare ai diritti sui beni comunali e di testimoniare ai processi.>


A cura di : Amira Maggio


Come su accennato, intorno al 1015, nel particolate, fu il principe arabo di Denia (Spagna) e delle Baleari Mogehid al-Amiri, chiamato dagli italiani "MUSETO", che salpò da Maiorca con 120 navi: Aggredì il Comune toscano di Luni, già messo in ginocchio dalla malaria e dalle precedenti incursioni, e lo rase al suolo. Quindi balzò alla conquista della Sardegna: nonostante la disperata resistenza dei Sardi, che nella difesa persero uno dei loro Giudici, gli Arabi riuscirono a sbarcare, occuparono alcune zone costiere (forse presso PORTO TORRES) e si disposero a impadronirsi dell'Isola.
" Il momento è grave, gli stati cristiani del Tirreno si sentono ancora una volta minacciati dal pericolo saraceno: primo fra tutti reagisce il Papa BENEDETTO VIII°, che incita le Repubbliche di Genova e Pisa a unire i loro sforzi per liberare la nostra regione: le due città marinare capiscono che se la Sardegna soccombesse ai musulmani, questo costituirebbe una incessante e inaccettabile minaccia ai lo traffici nel Tirreno (che entrambe considerano un loro mare); tra il 1015 e il 1016, ergo, le due flotte alleate sconfiggono ripetutamente le navi di "MUSETO" nelle acque territoriali sarde, mentre le forze dell'isola,da terra, guidati dai loro giudici, braccano gli ultimi invasori Saraceni rimasti.

La Sardegna sembra finalmente libera dal pericolo delle invasioni, e può quindi godersi in pace la propria libertà, ma.... - come oramai si è imparato, la storia è piena di < ma > - ogni evento, sia pure il più grande, ha sempre, vicino a quelli positivi, anche i suoi riflessi negativi. 

Ricorderemo in seguito queste due facce della medaglia.
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"Lu Mastru d'ascia" OVVERO IL FALEGAME

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