giovedì 21 agosto 2014

Divagazione estiva: un ricordo per tutti.




E allora rilassiamoci con questo richiamo ai ricordi  propostoci da Mario Grimaldi

mercoledì 20 agosto 2014

Foto antichi mestieri.



  1. A CURA DI: Tullio Moledda

Fonte cpeleonardo.it


Nel quadro dell'economia agropastorale cui si é fatto cenno, l'umile e talvolta anonimo lavoro degli artigiani sardi ha sempre rappresentato un'attività manuale pratica a larga diffusione, esercitata nei diversi settori con risultati spesso modesti e poco evidenti ma talvolta (e non raramente) anche brillanti e geniali; in ogni caso in grado di soddisfare le esigenze di lavoro avanzate da una folta manodopera. I primi manufatti prodotti in Sardegna nella notte dei tempi sono stati

gli strumenti da lavoro: per la caccia, la pesca e l'agricoltura.


Contenitori in giunco, asfodelo, canna, oggetti pratici di utilizzo quotidiano per quei tempi (divenuti oggi richiestissimi complementi di
arredamento) venivano realizzati dalle abili mani di esperti artigiani. Anche gli utensili di osso, corno, sughero, legno e pelle, decorati con
la punta del coltello, rappresentano un'altra valida testimonianza di artigianato artistico primordiale. L'artigianato sardo, comunque,
esprime le sue indiscutibili caratteristiche nella lavorazione dei metalli nobili quali l'oro e l'argento.
Inizio l'album con la foto di mio fratello Aldo Barbiere vecchio stampo la seconda salone bottega a Sassari ancora qualcuna si trova ancora a seguire il calzolaio , l'ombrellaio, impagliatore di sedie.

















Parleremo in seguito anche del Farmacista . Anche quel mestiere in un determinato periodo, era considerato un arte.

"Figga d'india fresca"!

     A CURA DI: Gianmarco Diana 



martedì 19 agosto 2014

DON GIUSEPPE GIORDANO APOSTOLI



A CURA DI: Su Mariane






GIORDANO APOSTOLI. Cav. Nobile. Barone don Giuseppe. Sassari 1838 .Roma 1927. Di don Domenico e Dorotea Apostoli fondatore della nuova Sardegna, proprietario del palazzo omonimo in piazza Italia e del parco di Monserrato.




Mario Grimaldi
"Giordano Apostoli Don Giuseppe, giornalista, deputato al Parlamento. Dopo aver conseguito la laurea in Legge, nel 1860 entro nell'amministrazione dello Stato come consigliere di prefettura. Nel 1863 fondò a Sassari un circolo degli impiegati. Per la sua preparazione fu notato dal Ministro Rattazzi che nel 1867 lo chiamo a far parte della commissione per lo studio della legge comunale e provinciale. Successivamente ebbe altri importanti incarichi. 
Nel 1876 si ritirò dalla carriera e si stabili a Roma dandosi alla politica. Fu eletto consigliere e assessore comunale della capitale; contemporaneamente svolse intensa attività giornalistica, mantenendo i suoi rapporti con la Sardegna dove fu eletto deputato dal 1880 al 1909, eletto tre volte nel collegio di Sassari e tre volte in quello di Alghero.
Nel 1882 fondo a Sassari il quotidiano < LA SARDEGNA >, - lontano dagli intransigenti di destra e di sinistra -, nel 1893 dovette vendere la tipografia a <LA NUOVA SARDEGNA>, a causa del grande successo del nuovo quotidiano. Redazione e tipografia erano ospitate al piano terra del lussuoso Palazzo Giordano, abitazione in stile veneziano in Piazza D'Italia, su progetto di Luigi Fasoli, riccamente decorata con affreschi dei pittori Massimiliano e Bilancioni. Costruita tra il 1877 e i primi anni ottanta, è stata definita da Enrico Costa la più bella di Sassari. 
Don Giuseppe nel 1909 fu nominato Senatore della Repubblica. 
Testimonianza della prima fase della sua attività politica è nel volume:
< L' Opera Parlamentare >, in realtà preparato in vista delle elezioni politiche del 1897". 

Ringrazio l'amico Su Mariane per aver fornito questo spunto di carattere storico su un personaggio Sassarese che, in termini culturali e politici, ha dato un notevole contributo alla Storia della nostra città. 

Grazie.



lunedì 18 agosto 2014

Storia di un bandito sardo narrata dalui medesimo.

    



CURIOSITA' SASSARESI: (Non fui mai ladro ne sicario - G. Tolu)
"Una sera del 1896, in Sassari, mentre faceva ritorno presso il suo studio, Enrico Costa ebbe una importante sorpresa: ad attenderlo trovo il bandito Giovanni Tolu. Era un vecchio di settantaquattro anni, dallo sguardo fiero e dalla folta barba bianca.
< Sono stanco e infastidito dalle fandonie che si vanno spacciando sul mio conto... voglio narrare la mia storia..... e lei dovrà scriverla!>. Fu così che ogni sera, nello studio di Sassari, per diversi giorni, il bandito dettò allo scrittore l'avventurosa storia della sua vita. Ne nacque un libro che ne è la trascrizione fedele, Giovanni Tolu. La vita del più famoso bandito sardo raccontata da lui stesso. Ma il famoso fuorilegge che per tanti anni aveva desiderato raccontare la sua verità, non poté leggerlo. Egli morì infatti pochi giorni prima della pubblicazione.
Antonio Tolu - era originario di quel piccolo paese, a poca distanza da Sassari, che si chiama Florinas - fu costretto alla macchia dopo aver tentato di vendicarsi di una prepotenza subita. Era vissuto in latitanza per oltre trent'anni e precisamente dal 1850 al 1880.
Come lo stesso Costa racconta nella prefazione al libro, Tolu si era nascosto nelle montagne < come un selvaggio .... odiato dai nemici, circondato da spie, perseguitato dai carabinieri >. Nella sua solitudine, a lungo andare, era diventato < un misto di generosità e di ferocia .... di saggezza meravigliosa e d'intolleranza superba >.
La sua immagine e quella del bandito dell'Ottocento come viene tramandata da larga parte della letteratura isolana. Sempre esposto a rischi e pericoli di ogni genere, pronto ad infrangere senza scrupoli la legge, e tuttavia legato ad un codice d'onore che non può trasgredire. Principi essenziali di questo codice sono l'attaccamento al paese e alla sua famiglia, il rispetto dell'amicizia, l'esaltazione del coraggio, la vendetta come giustizia, ma soprattutto lo sdegnoso rifiuto di uccidere per altrui incarico. Il rifiuto, cioè, di far di se stesso uno strumento dell'odio altrui.




sabato 16 agosto 2014

Sassari aneddoti e ricordi




Relax estivo: appunti dei nostri nonni e anche ..... bisnonni sassaresi.
“Quando immersi in quel giro di strade e di curiosità, la città borghese si era sviluppata a partire dalla seconda metà dell’ottocento con l’abbattimento di buona parte delle mura medioevali e con altre demolizioni non meno gravi - la chiesa di Santa Caterina in P.zza Azuni, per esempio - e con la costruzione di nuovi quartieri secondo il modello banalmente ortogonale allora di moda: Via Mazzini, Via E. Costa, Via A. Deffenu, per molti di essi non presentavano nessun interesse. Anche il salotto di Sassari - Piazza D’Italia - parve ai loro occhi banale e un po squallida nella ripetitività dei suoi riti quotidiani. Soldati caporali balie domestiche piccoli impiegati sul lato del palazzo del Governo, la mattina e nel primo pomeriggio; 
un via vai senza soste e senza novità dal tardo pomeriggio fino a sera inoltrata quando la diana delle convenzioni, all’unisono con la tromba che suonava la ritirata della guarnigione, metteva fine allo struscio, ai mille intrighi perpetrati dagli occhi, lacerava all’improvviso l’infima trama delle mille complicità e richiamava anche i più resistenti ai torpori del tram tram familiare nell’intricata topografia della città vecchia”... < Diceva il dotto Prof. Ignazio Delogu (di professione professore universitario, scrittore e giornalista) che: “li si consumava l’identità antropologica e ideale tra Sassari e la Dublino di Joyce o l’Odessa di Babel città di artigiani e di mercanti dall’immaginazione ardente e dall’ affabulazione colorita. Ed era quella la città che interessava alla gente. quella che la ziddai - il Borgo dei pisani, cioé il Corso - divideva a metà , quella delle due grandi arterie parallele, Via Turritana e Via Lamarmora e delle due strade che in qualche modo le intersecavano, Via del Duomo e Via Rosello (la prima già avviata al tramonto, la seconda ancora viva e sanguigna), attorno alle quali, in forme varie ma sempre sorrette da un idea urbana di chiarezza e di razionalità, la città si disponeva affermando in forme più passive e subalterne che attive la sua identità e la sua sassaresità”.