venerdì 19 febbraio 2016

Il “tesoro di Tomè”

Sassari


Il “tesoro di Tomè” fu donato alla città che merita di vederlo


Oltre ai gioielli e ai preziosi, nel lascito del commerciante c’è una interessante collezione di opere d’arte che il Comune dovrebbe custodire al Canopoleno
La notizia, già conosciuta da parecchi (come minimo da alcune generazioni di amministratori comunali), del piccolo tesoro in gioielli e preziosi lasciato al Comune dal commendator Angelo Tomè serve a due cose: la prima è ricordare un sassarese che molto amò la sua città e molto fu amato, per la sua bonomia e il suo senso dell’humour che nulla aveva da invidiare a quello di qualunque altro sassarese doc; la seconda è come realizzare la proposta più ovvia, in casi come questo, di poterlo vedere da vicino, questo tesoro (che oltre tutto comprende una interessante collezione di opere d’arte che dovrebbe essere custodita al Canopoleno con le collezioni comunali): e di poterlo vedere da vicino tutti i cittadini, ai quali il donatore ha voluto lasciarlo.
I Tomè dovrebbero essere arrivati a Sassari intorno alla metà dell’Ottocento, se è vero che – a stare al Costa – in quel momento non erano ancora conosciuti come commecianti. Costa cita invece i Rogliani, i Debernardi e i Noce, tutti, soprattutto i primi due, praticamente scomparsi dalla memoria dei sassaresi. Ma nella seconda edizione del suo “Sassari”, uscita nel 1909, poteva scrivere che, mentre molti di queste sartorie erano sparite soppiantate da negozi che vendevano abiti già fatti, le più eleganti e rinomate sartorie del suo tempo erano quelle dei fratelli Ferrucci e di Tomè, aggiungendo che quest’ultimo occupava il piano terreno del moderno Palazzo delle Finanze, appena costruito in quella che sarebbe stata poi via Luzzatti. Alla fine dell’Ottocento il negozio godeva fama di usare particolari facilitazioni ai giovani sassaresi o agli studenti che frequentavano Sassari, anche se non era infrequente che qualcuno di loro avesse poi problemi a onorare il suo debito. Lo stesso Sebastiano Satta, studente universitario a Sassari, ci ha lasciato un famoso epigramma che dice: “Quanto Tomè mi vede / tremo da capo a piedi. / Quand’io vedo Tomè / tremo da capo a piè”.
I Ferrovieri. Che nostalgia, passando in via Porcellana, il grande velo che copre la facciata del Palazzo dei ferrovieri, evidentemente in via di una rinfrescata. Era, tanti
anni fa, uno dei più imponenti di Sassari. Sul suo grande cortile intero si affacciava “La provvida”, una cooperativa di consumo certamente, allora, all’avanguardia, circondata dalla fama di sovversivi che avevano (e spesso a ragione) i lavoratori che vi abitavano. Onore alla loro memoria.

venerdì 12 febbraio 2016

STUDI FOTOGRAFICI.

A CURA DI: Mario Grimaldi
RITENIAMO CHE ANCHE L'ARTE FOTOGRAFICA (GRANDE TESTIMONE DELLA STORIA) POSSA ESSER CONSIDERATA NELL'AMBITO DELLA CULTURA ARGOMENTO DI PREGIO.


Prima ogni via, ogni piazza, ogni vicolo della città offriva il servizio di questi artisti che, con la loro creatività, potevano soddisfare ogni ambizione recondita dei loro vezzosi clienti: molti fotografi progettavano appositi sfondi dipinti per sottolineare lo status sociale di un soggetto importante. In genere tanto più umile era l'estrazione sociale di un soggetto tanto maggiore era il suo desiderio di splendore quando si faceva ritrarre, ecco perché gli affari di uno studio fotografico aumentavano a volte in proporzione diretta con la fastosità che poteva offrire al cliente.

Oggi tutto è cambiato, con la nostra macchina digitale possiamo ritrarci in ogni luogo ed in ogni occasione, immersi nel pittoresco giardino della nostra villa piuttosto che alla guida di una formula uno o intenti in un lancio col paracadute... etc. etc. etc. Dunque possiamo definirlo oramai un “ANTICO MESTIERE” infatti, ora mai, con la digitazione e con quanto possa di meglio trovarsi, grazie alle perfezionamento che la tecnica ha acquisito nella nostra era, non è più comune poter trovare studi fotografici dove tendaggi, colonnine e tappeti erano gli indispensabili elementi di correndo degli sfondi coreografici dipinti, in genere tesi a dare l’idea di un ambiente allo stesso tempo rispettabile e ricco.
M.G.

Il Banditore - Candu v'era di da lu bandu -





A CURA DI GIOMMARIA  PULINA

Chiedo scusa perchè non sempre dico delle cose esclusivamente sassaresi; ciò perchè i miei ricordi giovanili sono oltremodo legati a Ploaghe, mio paese di nascita, dove passavo parte della giornata, i giorni festivi e le vacanze. Nel periodo dei miei studi ginnasiali e liceali eravamo in guerra, o la stavano preparando, per cui, salvo due anni, ho fatto il pendolare. Comunque anche a Ploaghe c'era la figura del "su bandidore", come credo ci fosse in tutti i centri. Anzi a Ploaghe, nel periodo immediatamente precedene la guerra, ce ne erano due: uno si chiamava Barore e l'altro Giovanni (i personaggi sono reali ma i nomi sono inventati). Tra i due non c'era soltanto una competizione professionale ma anche una contrapposizione politica. Infatti il primo faceva parte della parte politica capeggiata dal Podestà mentre l'altro era più vicino alla minoranza silenziosa contrapposta, cioè antifascista. Ovvio che il primo riceveva incarichi dai fascsti ed il secondo dagli antifascisti. Il "bandidore" , che si annuciava con uno squillo prolungato di tromba, iniziava il suo lavoro di buon mattino per comunicare alla popolazione che in tale macelleria si poteva comprare dell'ottima carne di vitello, in un'altra della freschissima carne di pecora, mentre nel primo pomeriggio del venerdì, giorno in cui avveniva la macellazione del bestiame, informavano quale fosse la macelleria che offriva il miglior zimino, il miglior sanguinaccio o altro ventrame. Il venerdì mattina, che allora era giorno di magro, indicava la piazza dove avrebbe sostato il pescivendolo che offriva pesce appena pescato, di ottima qualità e a prezzi. In quest'ultimo caso scompariva la contrapposizione politica che veniva sostituita da una specie di asta pubblica perchè ognuno dei due offriva per un certo prezzo (si trattava di compensi che variavano tra una o due lire) uno o due suoni di tromba per ogni fermata e un certo numero di fermate lungo tutto il paese. Spesso i forestieri anche per non scontentare nessunoi dei due incaricavano entrambi dividendo in due il paese e affidando un eguale incarico a ciascuno. Un partcolare storico. A Barore, mi pare fosse il 1936, nacque un figlio e, tramite il Podestà ed il Segretario Politico, chiese che Padrino di Battesimo fosse il Conte Galeazzo Ciano, genero di Mussolini. Voi non ci crederete ma la cosa andò a buon fine, naturalmente tutto avvenne per procura, e Barore da quel giorno quando nominava il Conte Ciano lo chiamava "compare Galeazzo". Fino alla caduta di Mussolini.  Grazie per l'attenzione.



 ( A CURA DI MANUELA TREVISAN )  Il banditore è una figura tipica nei paesi della Sardegna (qualcuno degli anziani la ricorderà anche per le vie di Sassari) ancora fino alla metà del xx secol: era un dipendente comunale al quale venivano delegate alcune funzioni, la più importante delle quali era quella di rendere noto alla popolazione un bando dell'amministrazione comunale (ghettai lu bandu - jittà lu bandu "gettare il bando").
Il banditore, però poteva essere impegnato anche per comunicare alla popolazione altre notizie di interesse pubblico o per notificare a privatati avvisi dell'amministrazione comunale. Tradizionalmente espletava il proprio compito principale facendosi precedere dal rullo del tamburo o dal suono di una trombetta, al quale seguiva la comunicazione che generalmente "lanciava in lingua sarda o in dialetto, a secondo di dove operava.
Niente di nuovo era stato inventato, fin dal medioevo, dall'epoca dei romani e quella dei greci per andare a finire, a ritroso, fino all'età del bronzo, questa figura non ha mai mancato di espletare il suo compito di divulgare le notizie, proclami dei potenti, ma anche no!!





A CURA DI MARIO GRIMALDI -  



Questa curiosa foto, riesumata tra tante altre vecchissime, sicuramente testimonia un'antica attività che - almeno si riteneva - era destinata al sesso maschile ma anche, in alcuni casi e periodi, effettivamente esercitata anche dal gentil sesso.
Che dire: a meno che, considerato che questa donzella è attorniata da militari, non si tratti - eventualità pressoché impossibile - di una "tamburina dell'esercito" sarei propenso a pensare che l'antico mestiere del " banditore" fosse esercitato anche dalle donne....
"Quien sabe!!!




Provo a scriverlo in Sassarese - Raccontato da mia madre. - Tempo di guerra. Comunicato alla cittadinanza. 

Lu podestà infoimma tutti chi no si po' iscì da gasa da istha notti finza a dumani a manzanu a li setti. Bisogna tinì tutti li luzzi ischudaddi e li barrschoni sarradi. In casu di bumbarrhamenti la ienti po' isc' soru pa' andà a lu riffuggiu più affaccu. Tutti chissi chi venini acciappaddi in carrera senza autorizzazioni, abarani ad assè pruzzissaddi e cundannaddi a trabaglià pa dui cheddi gratis in la campagna di lu Regnu. Eu v'aggiu avvisaddu. Bona notti a li sunadori e ga sìè visthu s'è visthu.








martedì 9 febbraio 2016

FEUDO E SOCIETA' - LA CASTELLANA -

A cura di: Mario Grimaldi

La società feudale era una società maschile, in cui le donne non avevano nessuna delle libertà che oggi riteniamo fondamentali: non potevano ereditare il patrimonio dei genitori, non potevano scegliere il marito, sposandosi portavano allo sposo una dote di cui solo lui poteva disporre. Le dame appartenenti alle grandi famiglie tuttavia, godevano di alcuni privilegi che addolcivano la loro condizione. Il più importante era il rispetto di cui erano circondate: un’offesa fatta a una donna era la prima ragione dello scatenamento di una faida ergo nessun uomo assennato osava compiere un atto cosi grave.Un altro privilegio era la cultura: mentre gli uomini, impegnati fin da piccoli nel duro mestiere delle armi, erano quasi tutti analfabeti, le donne imparavano a leggere e scrivere, conoscevano il latino, erano grandi lettrici, sapevano suonare e cantare.

Nelle case reali, dove si riteneva fondamentale un certo grado di istruzione per il principe ereditario, erano le regine che si occupavano della sua educazione.L’ultimo elemento che giocava in favore delle donne di rango era dato dalle continue assenze del marito. Sempre preso tra guerre, razzie, cacce e tornei, il castellano era costretto ad affidare il castello alla moglie e, se questa era una donna di carattere, ecco che da semplice moglie del signore diventava la vera signora del Castello.
Erano dunque le donne che, quando lo sposo era lontano, davano gli ordini alla servitù, gestivano il patrimonio di famiglia, amministravano la giustizia, esercitavano le attività caritatevoli, fondamentali per il prestigio del castellano e, in caso di estremo pericolo, coordinavano addirittura alcune delle delicate operazioni per contrastare un assedio: approvvigionare velocemente di viveri il castello, sistemarvi all’interno i contadini in fuga e provvedere addirittura a rinforzare le difese.
Insomma avevano il loro da fare.
@mariogrimaldi.




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domenica 10 gennaio 2016

SASSARI: ricordi dei ricordi.




Da viale Italia arriviamo all' Emiciclo Garibaldi 

Quanto state per leggere è stato scritto da Angelino Tedde ( storico dei sistemi educativi, laureato in lettere si è dedicato alla ricerca universitaria insegnando Storia della scuola presso l'università di Sassari) e pubblicato sulla "Nuova Sardegna" in data del 13 agosto 1968.

" L’emiciclo Garibaldi è un porto di mare: pullman che arrivano, pullman che partono. Una folla fluida, ora numerosa e variopinta, ora sparuta e monotona occupa a tratti l’enorme semicerchio, vera arteria di Sassari.
      E Mazzini se ne sta lì a guardare, noncurante della folla, dando le spalle a Vittorio Emanuele che lo tiene a bada da Piazza d’Italia, sua reggia.
     Lo sdegnoso genovese guarda i giardini e le macchine che quasi gli sfiorano il naso; si gode l’ombra delle palme e i colori del suo prato inglese, se ne sta fermo, privo d’iniziativa, solo, in mezzo all’emiciclo che non è suo, ma di Garibaldi che, ironia della sorte, anzi dei sassaresi, è monumentalmente assente.

Emiciclo Garibaldi - 1921

Garibaldi però c’è, ma in incognita. A volte lo si nota seduto in qualche panchina dei giardini; a volte lo s’intravede nell’andatura dei paesani dal passo garibaldino. L’eroe dei due mondi non lo si vede chiaramente, ma è presente, guida le folle del suo emiciclo e le fa marciare queste folle, varie a secondo dell’ora. E a causa di questa marcia di uomini, di donne, di giovani, l’Emiciclo Garibaldi a tratti sembra una giostra. Una giostra che quando si ferma bizzarramente crea il caos. I pullman all’emiciclo stanno in qualsiasi posizione, si rendono conto di essere padroni, per quanto defraudati dalle abusive, che da tempo hanno preso confidenza con essi, per niente infastiditi. Le abusive familiarizzano, s’intrufolano, e a dispetto del monumento semovente dei vigili urbani, fanno i comodi loro. Di motocicli poi se ne vedono di tutti i tipi sul naso e sul groppone dei pullman: hanno preso confidenza anch’essi coi grossi pachidermi azzurri.

        A momenti all’emiciclo non è possibile collocare uno spillo. Un affettuoso abbraccio a tutti, uno spintone a qualcuno, uno scontro con più di una “magistralina”. Già, perché l’Emiciclo senza l’Istituto Magistrale la più rispettabile agenzia matrimoniale di tutta la città, non sarebbe l’emiciclo. Studenti di tutte le scuole, universitari di tutte le facoltà, in attesa delle avvenenti fanciulle che studiano con vivo impegno in quelle salde e vecchie mura. Al mattino queste ragazzine variopinte si affrettano da tutte le parti: giungono a schiere dalla stazione ferroviaria, da via Brigata Sassari, da via Carlo Alberto e intasano letteralmente la corona semicircolare. Tutte frettolose vendono simpatia, sorrisi, brevi sussulti al cuore di chi a vive spinte deve passare per recarsi al lavoro o soltanto per ritornare sui suoi passi. Dalle otto alle nove l’Emiciclo è in mano alle studentesse: si tratta di un’occupazione pacifica, gradita, contraddistinta da una sensibilità cromatica raffinata e ispiratrice. Nelle altre ore l’emiciclo è in mano ai paesani. Dialoghi in sardo s’incrociano allo scanzonato dialogare in sassarese degli autisti delle corriere in sosta, eterni bevitori di caffè.
Emiciclo Garibaldi 1962
      Non è assente la musica e il colore all’Emiciclo: due cose che le bancarelle degli ambulanti vendono gratis a chiunque, insieme alle costose bambole, agli accendisigari, ai ninnoli portafortuna. E non mancano in mezzo a quella baraonda i tipi che danno il tocco. Antonino è sempre lì, gentile portabagagli e punto di riferimento per i pullman della SCIA.
     In mezzo al mare in tempesta: la gente all’emiciclo giunge a ondate. Né manca l’ufficio informazioni: informazioni sportive naturalmente. E’ l’ufficio dell’edicolante, che vende le notizie gratuitamente ogni lunedì alla stessa ora.
        Un mio caro amico non fa che dire peste e corna dell’Emiciclo, ma io non sono del suo parere, lui ci abita, poveretto: io ci passo frettolosamente o tutt’al più entro nel bar Sanna per farmi servire il caffè, da un cameriere piccolo, ma che in fatto di caffè è più che grande. Ad ogni buon conto, per quanto frettolosamente all’emiciclo ci passo volentieri. Ivi ritrovo i miei sogni di studente spensierato e non di rado qualche compaesano che olezza di formaggio pecorino e di lentisco: grati ricordi della mia infanzia e non solo della mia, ma di una buona metà dei sassaresi. Solo di notte l’Emiciclo riposa impregnandosi d’aroma campestre. Ed è proprio allora che Garibaldi lo si può incontrare mentre scambia quattro chiacchiere con Mazzini e fa ciao a Vittorio Emanuele, che da Piazza d’Italia, solenne più che mai e un tantino sospettoso, gli risponde col saluto di “Salve, Generale”.


Angelino Tedde




venerdì 8 gennaio 2016

PLATAMONA NASCITA E DECLINO

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 A cura di Sassari storia Eventi 



















Sassari storia C'era. Presenti alla mostra "PLATAMONA NASCITA E DECLINO" Approfondiremo questo argomento durante la settimana. Nella foto insieme al famoso storico dell'arte, il Dott. Alessandro Ponzeletti vediamo i ns/ amici certificati di Sassari storia Mario Grimaldi e Paolo Grindi. La nostra S/ra Manuele Trevisan si scusa per la mancata presenza giustificata da un improvviso contrattempo che l'ha trattenuta a Verona.

Da sin.  Mario Grimaldi - Alessandro Ponzeletti - Paolo Grindi

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mercoledì 16 dicembre 2015

Gegia e il Natale - di Elisa Casu




A cura di  -  Elisa Casu 


Gegia e il Natale
                       


“Eh tiu Michelinu, tiu Michelinu”, sospirava preoccupato il medico condotto del paese mentre osservava la colonnina di mercurio che si fermava sempre troppo in alto misurando una pressione arteriosa non proprio bassa. Si tolse cosi il fonendoscopio dalle orecchie e serio in volto guardava prima il vecchio e poi la moglie, Tia Buciana. L’uomo al contrario del dottore appariva rilassato, anzi contento tra un singhiozzo e l’altro, traccia del suo cannonau preferito, quello regalatogli da compare Attiliu. Tia Buciana se lo guardava a labbra serrate e occhi chiusi, quasi grugnendo e premendo le flaccide e bianche braccia sui corposi fianchi sibilò:“Micheli’ una cosa ti naro o lassasa sa tazza o a Natale abberimusu prima a Gegia e a daboi a tie” ( Bada a te, ti dico di stare attento, lascia il vino, altrimenti a Natale ammazziamo te e la scrofa). E cosi dicendo voltava le spalle al vecchio sdraiato ancora con gli scarponi sopra il copriletto matrimoniale , riprendendo a impastare il pane sopra la mesa ( tavolo) in cucina.

Insomma da quel giorno i destini di Tiu Michelinu e della scrofa di casa, Gegia per l’appunto rischiavano seriamente di incrociarsi.
Si avvicinava ormai il Natale e l’attenzione verso la povera Gegia cresceva sempre di più, le razioni del mangiare aumentavano e lei mentre Tia Buciana rovesciava le bucce di patate e gli avanzi di carne dal secchio, arricciava contenta il suo codino rosa, convinta dei buoni sentimenti dei suoi padroni verso di lei. Dalla visita del dottore Tiu Michelinu si era impegnato, sotto giuramento, a sollevare meno bicchierini di vino verso la bocca. Tia Buciana iniziava a essere soddisfatta di lui, a volte gli faceva tenerezza. Lo osservava mentre andava a trovare Gegia, all’inizio un po’ moscio, ma poi osservava con soddisfazione che l’uomo ogni volta che tornava dalla porcilaia era sempre più contento, anche il colorito del viso era sempre più acceso e tia Buciana iniziava a mettere da parte i suoi sensi di colpa.
L’affetto di tiu Michelinu per Gegia cresceva a tal punto che una notte non torno’ proprio dalla visita al maiale. Tia Bucina rigirandosi nel letto si accorse del cuscino vuoto di Tiu Michelinu e spaventata usci fuori in vestaglia.
“Sant’Antoni meu, eh itte è suzzessu, coro meu!”( Cuore mio, cosa è accaduto?) e gridava: “ Micheli. Micheli” ma niente, silenzio assoluto. 
Col forcone in mano si decise a raggiungere Gegia, e cosa vide quando entrò nel fienile sotto la tettoia della porcilaia: Gegia addormentata beatamente e a fianco a lei Tiu Michelinu bello rilassato con a fianco un piccolo fiasco di vino. Non vi voglio annoiare nel descrivervi i particolari della scena che ne segui, sappiate solo che dalla casa si intravedevano sotto il chiarore della luna Tia Buciana col forcone che inseguiva un Tiu Michelinu che provava, senza riuscirci a fuggire dalla moglie.
Arrivò il giorno della festa di Gegia, Tia Buciana diede a Tiu Michelinu e compare Attilio il piatto in ferro smaltato bianco e i coltelli per dare il ben servito alla povera Gegia. Tiu Michelinu sospirava ma l’idea di una buona salsiccia al finocchietto selvatico e del gustoso pane untinadu sembrava lo tirassero su di morale anche se ormai era diventato un grande amico di Gegia.
Il giorno di Natale, l’uomo e la sua famiglia apprezzarono la croccante carne di maiale e il profumo faceva sostare i cani fuori dalla porta speranzosi di mangiare anche loro dal lauto banchetto.
Tia Buciana si guardò il marito e pensò: però meno male fit dippiaghidu pro Gegia ( meno male era dispiaciuto per Gegia), e sorrise guardando i pochi denti di Tiu Michelinu che affondavano nella cotenna croccante del maiale arrosto.
GEGIA
Dopo Natale ogni giorno Tiu Michelinu andava a trovare compare Attiliu, sotto l’occhio vigile di Tia Buciana. E appariva contento, e contenta era anche la scrofa di tiu Attiliu che arricciava il codino ogni volta che lo vedeva. Tiu Michelinu aveva il permesso di compare Attiliu, di occuparsi della scrofa, anche perché in realtà Tiu Michelinu l’aveva pagata a suon di soldoni (di nascosto) a Tia Buciana, o meglio aveva comprato la scrofa di Compare, Gisella passandola per Gegia, che contenta aspettava ogni giorno il suo padrone. La scrofa era contenta di aver superato il Natale e Tiu Michelinu felice di poter gustare di nascosto del vino messo generosamente a disposizione da Compare Attiliu, tenuto ben nascosto dietro la porcilaia, e poter cosi brindare che il destino suo e della scrofa si fossero incontrati oltre ogni nefasta previsione.