mercoledì 6 aprile 2016

ARTIGIANI SASSARESI.


A CURA DI: Tino Grindi
    MESTIERI ARTIGIANALI BEN CONOSCIUTI.

Sono nato in via Turritana e ho trascorso i miei primi anni tra le stradine del centro storico di Sassari, in particolare nel quadrivio formato da via Università e via Turritana, le famose quattru cantunaddi: ho potuto così conservare memoria di scene di vita quotidiana che oggi riusciamo a vedere soltanto a teatro, assistendo alle migliori commedie in vernacolo sassarese.
L’economia della città, allora, dipendeva soprattutto dal lavoro autonomo, contadino, mercantile ed artigiano, oltre che da una miriade di ambulanti che proponevano agli angoli delle strade più trafficate prodotti solitamente raccolti da loro stessi in base alle stagioni. In autunno funghi e varie qualità di frutta: mele cotogne, cachi, mele, pere, noci, castagne, melagrane, olive ecc. D’inverno piedini d'agnello, monzette, ecc. In primavera fiori selvatici, ciliegie ecc. D’estate lumache, lumachine, lumaconi e varie qualità di frutta di stagione – fichi, fichi d’India, susine ecc. – e di verdure, tra cui la famosa lattuca degli orti del vallone di Rosello.
C’erano poi alcuni venditori ambulanti che proponevano prodotti particolarmente pregiati, tra cui i capperi che venivano raccolti con grande pazienza, posti in cestini pulitissimi e coperti con un candido tovagliolo ricamato. Altri si dedicavano a raccogliere le bietole selvatiche e ne offrivano le foglie più tenere, e ancora cicoria e cardi selvatici, oltre che le tenerissime foglie di ravanello selvatico chiamato siri.
Qualcuno che invece aveva un carretto o un vecchio carrozzino portava in giro per le strade prodotti quanti poteva averne un negozio di frutta e verdura, e li vendeva pesandoli con l’antica bilancia detta isthadera.
C’erano poi gli artigiani, che esercitavano con cura i loro mestieri, tramandati gelosamente di padre in figlio; e completavano il mosaico delle attività che rendevano la città viva e allo stesso tempo economicamente sicura, soprattutto per gli addetti che vi lavoravano: non esisteva la disoccupazione, per lo meno per chi aveva voglia di lavorare e di produrre.
Molti di questi artigiani, in particolare i fabbri ferrai (frairaggi), avevano una numerosa schiera di ragazzi di bottega (dischenteria), i quali crescevano nel mestiere sotto la guida di bravi maestri (masthri).
Anche i muratori (li masthri frabbigamuri) ed i falegnami (masthri d’ascia) potevano vantare di avere sempre con sé dei brabi dischenti (bravi apprendisti) che con molta volontà e passione cercavano di apprendere bene il mestiere e quindi proporsi per dare continuità dell’arte: perché così doveva chiamarsi un’attività che dava nuova forma alle materie prime, anche se veniva svolta con attrezzi non sempre precisi e calibrati.
Sassari era principalmente artigiana in tutte le sue fibre; venivano poi gli ortolani e i mercanti in genere.
Altre attività artigiane che si distinguevano erano quelle dei sellai (siddaggi), dei bottai (buttaggi), dei carrettieri (carrattuneri), dei calzolai (cazzuraggi), dei piccapietre (piccapidreri) ecc.
A questi mestieri più diffusi e comuni se ne aggiungevano altri più specialistici, come quello dell’armaiolo (aimaiolu), un misto di falegname e fabbro; e quello di lu buccurittadori, che costruiva e inseriva, come abbiamo già accennato, delle boccole in acciaio nelle aperture delle botticelle lunghe da 25 litri (mizzini), in modo che non sgocciolassero quando se ne versava il contenuto.
Altri artigiani importanti per l’economia e la vita quotidiana della città erano i panificatori (panatteri) che, assieme a li carradori (trasportatori di acqua, quando le condotta idriche ancora non esistevano), assicuravano gli elementi base della nutrizione.
A completare il lungo elenco c’erano ancora i mugnai (murinaggi) che traevano farina da vari cereali, e i conduttori dei frantoi per la macina delle olive: dalla loro attività derivavano generi di prima necessità come il pane, la pasta e l’olio.
Altri artigiani importanti nell’economia locale erano i conciatori di pelli (cunzadori), gli argentari e gli orefici, dai quali ebbe un tempo il nome una via importantissima a Sassari, quella che adesso chiamiamo via Rosello; e poi ancora gli imbianchini, chiamati impropriamente pittori (pintori), gli ottonai (uttunaggi), i ramai (raminaggi), ai quali ancora oggi è intitolata una via; gli orologiai (riduzzaggi), i barbieri (baiberi), gli stagnini (isthagneri), i tegolai (tiuraggi), i pellicciai (piddaggi), i sarti (trapperi), etc.
Tutti questi lavoratori si riunivano di solito in gremi o confrarie, alcuni dei quali si mantengono ancora ai nostri giorni e conservano gelosamente le loro tradizioni con gli antichi costumi e ornamenti. Tramite loro riusciamo a rivivere, agli inizi del Duemila, momenti di una memoria storica ormai lontana ma molto suggestiva e significativa.
Questi raggruppamenti di mestieri erano animati da una grande fede: veneravano ognuno il suo santo protettore, al quale era dedicata una cappella in una chiesa, e partecipavano, con la loro bandiera, effigiata con i simboli del santo stesso, alle funzioni religiose e alle processioni.
Conservo molti ricordi sulla figura e l’attività di artigiani che erano ancora attivi negli anni della mia gioventù, e dei quali oggi non c’è più traccia e quasi memoria.
In via Arborea, nel tratto tra via Turritana e via Capo d’Oro, c’era un masthru d’ascia, un falegname; la sua bottega era piccolissima, tre metri per tre circa, un po’ interrata (si dovevano scendere tre scalini per accedervi); si chiamava masthru Arturo; dalla mattina alla sera indossava un grembiule di pelle e un maglione di lana grezza.
Il bancone da lavoro occupava quasi tutto lo stanzino, lasciando pochissimo spazio; gli strumenti del mestiere erano pochi ma ben ordinati: pialle, cacciaviti, martelli, scalpelli, barattoli di colla, scatole di chiodi e viti di tante misure. Naturalmente non aveva corrente elettrica e nel suo angusto magazzino era costretto a lavorare anche di giorno a lume di candela. Quando lo guardavo, da ragazzo, vedevo un vero e proprio “Geppetto” della favola di Pinocchio.
I prodotti del suo lavoro erano spesso esposti sulla strada, subito fuori dalla porta: sgabelli, cerchi di legno per il braciere (li goffi) e altri strumenti per le donne di casa: rocci di labà in terra, tauri pa labà i la bazza. Faceva anche riparazioni di finestre, persiane e porte. Oppure costruiva qualche mobile su richiesta e, il più delle volte, gli accadeva, quand’era terminato, di doverlo smontare perché, a causa della ridotta misura dell’ingresso, non riusciva a farlo uscire intero; poi lo riassemblava in strada.
Questo il ricordo che ho di un piccolo artigiano che nella sua semplicità e modestia rendeva un servizio alla città. A quei tempi noi ragazzi avevamo la fortuna di poterci incantare al veder lavorare questi artigiani che meticolosamente, con l’uso delle mani e di qualche semplice attrezzo, creavano oggetti che adesso escono unicamente dalle fabbriche e sono fatti il più delle volte con materiali sintetici, artificiali.
Mi è rimasto impresso anche il ricordo di un armaiolo, un certo Manganesu, che aveva la bottega all’inizio di via Turritana, dove attualmente si trova una friggitoria. Il magazzino era grande e profondo, col pavimento in tavole di legno; da fuori non si riusciva a distinguere l’interno, che era totalmente buio, ma il padrone era facile trovarlo intento a lavorare sul gradino dell’ingresso: teneva stretto in una morsa portatile un tronchetto di legno che intagliava e limava di continuo, fino a farlo diventare un lucido calcio di fucile. Io e i miei amici ci appassionavamo nell’assistere a questo “miracolo”, nell’osservare come l’oggetto prendeva piano piano la forma che soltanto il maestro aveva in mente; e condividevamo la soddisfazione nel vederlo finalmente realizzato.
Quest’uomo era sempre vestito con una tuta blu, era anziano e piuttosto burbero, tant’è che noi evitavamo di disturbarlo quando era intento nel suo lavoro, e lo guardavamo in silenzio. A volte interrompeva il lavoro, per motivi che a me allora sembravano da poco, mentre oggi mi fanno pensare che fosse nel giusto e fosse dotato di un buon senso civico. Ad esempio, se passava una carrozza e il cavallo si bloccava per fare i suoi bisogni davanti alla sua bottega si adirava molto e, oltre a lanciare improperi contro il conduttore, andava in cerca di un vigile per chiedere l’immediata ripulitura del fondo stradale. Le discussioni si protraevano estenuanti, era capace di arrivare anche alla denuncia diretta di chi, secondo lui, infrangeva le norme della convivenza.
Quasi tutti i giorni se la prendeva con gli spazzini (mundadori), li rimproverava di non essere abbastanza abili nel loro mestiere, o perché sollevavano troppa polvere, oppure perché lasciavano tracce di sporcizia.
Insomma ogni pretesto era buono per protestare, senz’altro a buon diritto, anche se in quei momenti trascurava il suo lavoro, con la relativa perdita economica. Ma la soddisfazione di dire a tanti ciò che dovevano fare per ottemperare ai propri doveri lo faceva sentire orgoglioso: lo si vedeva chiaramente perché di tanto in tanto assumeva atteggiamenti di manifesta altezzosità.
A quei tempi lo giudicavo con sufficienza, adesso riesco ad interpretare meglio questi suoi interventi: oltre alla sua arte di bottega riusciva a far valere i suoi diritti nei confronti di chi aveva il dovere di tutelarglieli. Ai giorni nostri chi interviene più per cose del genere? Sono rarissimi coloro che dedicano il tempo ai difetti dell’amministrazione pubblica, del decoro e della sicurezza della città. Non mi meraviglierei di vedere una persona distesa per terra per un malessere e i passanti andare diritti sulla propria strada il più in fretta possibile, facendo finta di nulla.
Un altro artigiano che non posso dimenticare è il barbiere che esercitava la professione sotto casa mia. Si chiamava Gesuino, ero amico dei suoi figli.
L’arredamento della sua bottega era costituito per intero da suppellettili e attrezzi dell’epoca: due sedie girevoli in legno con poggiapiedi, sputacchiere e lavandini; quindi pettini, forbici, perette col borotalco, contenitori in metallo per l’acqua e l’alcool, rasoi ed arnesi per l’affilatura, tra cui il famoso bastone di ferula tagliato a metà, oltre che il bastone con la pelle di cuoio.
Il laboratorio era frequentatissimo fin dalle prime ore del mattino, tanto che apriva all’alba: la maggior parte dei suoi clienti usavano farsi sbarbare prima di andare al lavoro. Non era certo una clientela di bancari o di impiegati, almeno in quelle ore, ma di lavoratori che andavano in campagna, al mercato o nei negozi sparsi per la città.
Era un’attività piuttosto redditizia, a quanto ricordo, c’erano gruppi di persone che aspettavano fuori dalla bottega e passavano il tempo chiacchierando, in attesa di essere servite; questa attesa favoriva tra l’altro l'attività di un altro esercizio adiacente, l’antico “botteghino” di vini e liquori (vindioru) gestito da Antonio Pinna, detto in un primo tempo Biancasella, più tardi Bagassedda: i clienti della barberia andavano a bere un “cicchetto” per trascorrere meglio il tempo dell’attesa.
Anche il nostro Gesuino, il barbiere, era un assiduo frequentatore del botteghino, però sempre dietro l’invito del cliente al quale aveva appena reso il suo servizio. Solo adesso mi rendo conto quanto fosse rischioso farsi radere la barba da lui, dopo tanti clienti serviti; di certo la fermezza della mano non doveva essere buona, tant’è vero che ricordo alcune guance affettate e tamponate con emostatico (pietra allume) e cotone ed alcool.
I clienti che subivano questi imprevisti non si preoccupavano poi tanto perché nei loro discorsi a voce alta, mentre andavano al botteghino premendosi il cotone in viso, li sentivo dire: «Gesuino m’ha dittu chi v’aggiu la peddi isthracca, debu falla ripusà di più. Boh! Beh! Bimmuzi un vinu par abà».
Sono certo che anche molti lettori ricordano con un po’ di nostalgia cose, persone e avvenimenti ormai perduti e non più recuperabili, ma che sono pur sempre da portare come esempio di semplicità ed umiltà ai giovani d’oggi, sempre pieni di mille esigenze anche se hanno ottenuto tanto senza dover competere con nessuno: hanno avuto tutto e si comportano come se non avessero ricevuto nulla. Mi sembra che la morale di questi ricordi sia quindi che è bello conquistare ciò che si desidera, perché se lo si ha con troppa facilità non si prova soddisfazione né si matura.
Tino Grindi
[novembre 1997, inedito]









martedì 5 aprile 2016

Origini delle religioni sarde: "EBREI A SASSARI"












A CURA DI: Mario Grimaldi                                         


Comunità Ebraica  dal periodo medioevale



Così, nel corso del XIV° secolo, nelle principali città dell'Isola si formarono comunità Ebraiche (Alijamas)




COMUNITA' DI SASSARI:

Questa si sviluppò dopo il 1340. Fu concentrata nel quartiere di San Nicola in un gruppo di fabbricati che si affacciavano  lungo le strade  in prossimità delle mura.


La sua consistenza crebbe  rapidamente arrivando a qualche centinaio di unità  facenti capo a una quarantina di famiglie . Si trattava prevalentemente di piccoli commercianti  e di artigiani. La loro convivenza con la comunità cristiana  fu buona e nel corso dei decenni gli ebrei andarono inserendosi nel tessuto urbano fino a confondersi con i cristiani.


                                                                              
PERO',  intorno al 1400 la convivenza tra le due comunità (e non solo a Sassari, ma in tutta la Sardegna) cominciò a guastarsi  influenzata dal clima di intolleranza nei confronti degli Ebrei che era percepibile nel resto d'Europa, in particolare negli stati dipendenti dalla Corona di Aragona. A partire dalla seconda metà del secolo  molte delle libertà ddi cui gli Ebrei avevano goduto fino ad allora furono limitate.
Segno evidente di questo mutamento si può trarre dal cambiamento di giurisdizione  cui nel corso del secolo furono sottoposti. Infatti, mentre precedentemente essi erano giudicati, come tutti gli altri cittadini, dal vicario reale, a partire dalla seconda metà del secolo furono sottoposti alla giurisdizione del procuratore reale. Molti ebrei approfittarono di questo clima di crescente diffidenza per abiurare, convertirsi al cristianesimo e inserirsi  nella nascente burocrazia finanziaria del Regno.
Purtroppo però il clima di crescente separatezza non cessò, per cui nel 1492 si arrivò all'editto di espulsione anche in Sardegna. La "cacciata " degli Ebrei fu un fatto doloroso : Le sinagoghe vennero chiuse e sigillate, probabilmente in seguito trasformate in chiese; la maggior parte degli ebrei sardi emigrò verso la Francia meridionale e verso l'Oriente dove trovarono modo di inserirsi in altre comunità. Anche se molte delle famiglie ebraiche residenti nei nostri territori, come suddetto, avevano preferito abiurare riuscendo nel periodo successivo ad integrarsi nella società sarda, si chiuse così una positiva esperienza plurisecolare di convivenza.
(MG)

venerdì 4 marzo 2016

NOI E ROMA



A CURA DI:  Mario Grimaldi
  L'EGEMONIA ROMANA

La storia della Sardegna durante l'egemonia romana può dividersi, a detta degli studiosi, in tre fasi:

1^ fase - Corrisponde all'Età Repubblicana (dal 238 al 38.C.) caratterizzata da una serie pressoché ininterrotta di campagne militari con cui Roma mirava a fiaccare l'indomita resistenza dei Sardi. Questo periodo vide i Sardi battersi contro i legionari romani con grande accanimento, senza esclusione di colpi;

2^ fase: detta della <Pax Romana>. Coincide con i tempi aurei dell'impero (dl 38 a.C. e sino al III° sec. d. c.), appare questya evidenziata dal sorgere di numerose opere pubbliche - soprattutto strade - che contribuirono a migliorare le condizioni dell'isola e a introdurvi la civiltà romana: in questo periodo vanno diffondendosi la lingua latina e, sia pure timidamente, la religione cristiana;

3^ fase - detta fase del declino: Parallela a all'età del Basso Impero (metà del III° sec. e fino al 455), vede l'isola precipitare in una progressiva decadenza che ne impoverisce l'economia, stremandola. Ma è anche l'epoca che vede propagarsi il Cristianesimo in forma più matura e decisiva.

I Fatti in Breve:
241 a. C.
Scacciati dai Sardi, i mercenari cartaginesi i in rivolta invocano l'intervento di Roma;

238
Campagna del Console Tiberio Sempronio Gracco

235
Campagna del Console Tito Manlio Torquato;

234
Campagna del Console Spurio Carvilio;

233
Campagna del Console Pomponio Mathone;

232
Campagna dei Consoli Publicio Malleolo e Marco Emilio;

231
Campagna del Console Pomponio Mathone contro gli Iliési;
Campagna del Console Papirio Masone contro i Corsi;

227
Con la Corsica la Sardegna forma la seconda Provincia Romana;

225
Campagna del Console Attlio Regolo;

215
Campagna del Console Tito Manlio Torquato (battaglia di Cornus);

198
Catone il Censore governa l'isola con saggezza e onestà, cacciandone via i funzionari corrotti;

179
rivolta degli Iliési e dei Balàri;

177
Campagna del Console Tiberio Sempronio Gracco: 27.000 <ribelli> cadono nella battaglia;

126
Il famoso tribune della plebe Caio Gracco governa saggiamente e alleggerisce le imposte;

111
Campagna del Console Cecilio Metello, che ottiene l'ottavo ed ultimo trionfo sui Sardi. L'isola appare domata.
IL GRANDE SCONTRO
Nel 238 a.C. dunque, ha inizio la conquista della Sardegna , e la tabella dei fatti su in breve ce ne ricorda le principali tappe: il primo particolare che colpisce è ilgran numero di campagne militari intraprese dai Consoli Romani pe avere ragione degli irriducibili Sardi. Questi, evidentemente, opposero una durissima reazione , e non è difficile capire che una resistenza così accanita non poteva partire dalle sole e isolate tribù nuragiche dell'interno: doveva essere, invece, il risultato di una organizzazione abbastanza efficiente da parte di tutti i Sardi, dando la parvenza di una fortissima unità, parevano non esistere più individualismo e frazionamento polltico, ma spesso le apparenze ingannano. Ma di questo, qualora dovessimo constatare interesse sull'argomento, potremo continuare a "parlarne" in seguito.



venerdì 19 febbraio 2016

Il “tesoro di Tomè”

Sassari


Il “tesoro di Tomè” fu donato alla città che merita di vederlo


Oltre ai gioielli e ai preziosi, nel lascito del commerciante c’è una interessante collezione di opere d’arte che il Comune dovrebbe custodire al Canopoleno
La notizia, già conosciuta da parecchi (come minimo da alcune generazioni di amministratori comunali), del piccolo tesoro in gioielli e preziosi lasciato al Comune dal commendator Angelo Tomè serve a due cose: la prima è ricordare un sassarese che molto amò la sua città e molto fu amato, per la sua bonomia e il suo senso dell’humour che nulla aveva da invidiare a quello di qualunque altro sassarese doc; la seconda è come realizzare la proposta più ovvia, in casi come questo, di poterlo vedere da vicino, questo tesoro (che oltre tutto comprende una interessante collezione di opere d’arte che dovrebbe essere custodita al Canopoleno con le collezioni comunali): e di poterlo vedere da vicino tutti i cittadini, ai quali il donatore ha voluto lasciarlo.
I Tomè dovrebbero essere arrivati a Sassari intorno alla metà dell’Ottocento, se è vero che – a stare al Costa – in quel momento non erano ancora conosciuti come commecianti. Costa cita invece i Rogliani, i Debernardi e i Noce, tutti, soprattutto i primi due, praticamente scomparsi dalla memoria dei sassaresi. Ma nella seconda edizione del suo “Sassari”, uscita nel 1909, poteva scrivere che, mentre molti di queste sartorie erano sparite soppiantate da negozi che vendevano abiti già fatti, le più eleganti e rinomate sartorie del suo tempo erano quelle dei fratelli Ferrucci e di Tomè, aggiungendo che quest’ultimo occupava il piano terreno del moderno Palazzo delle Finanze, appena costruito in quella che sarebbe stata poi via Luzzatti. Alla fine dell’Ottocento il negozio godeva fama di usare particolari facilitazioni ai giovani sassaresi o agli studenti che frequentavano Sassari, anche se non era infrequente che qualcuno di loro avesse poi problemi a onorare il suo debito. Lo stesso Sebastiano Satta, studente universitario a Sassari, ci ha lasciato un famoso epigramma che dice: “Quanto Tomè mi vede / tremo da capo a piedi. / Quand’io vedo Tomè / tremo da capo a piè”.
I Ferrovieri. Che nostalgia, passando in via Porcellana, il grande velo che copre la facciata del Palazzo dei ferrovieri, evidentemente in via di una rinfrescata. Era, tanti
anni fa, uno dei più imponenti di Sassari. Sul suo grande cortile intero si affacciava “La provvida”, una cooperativa di consumo certamente, allora, all’avanguardia, circondata dalla fama di sovversivi che avevano (e spesso a ragione) i lavoratori che vi abitavano. Onore alla loro memoria.

venerdì 12 febbraio 2016

STUDI FOTOGRAFICI.

A CURA DI: Mario Grimaldi
RITENIAMO CHE ANCHE L'ARTE FOTOGRAFICA (GRANDE TESTIMONE DELLA STORIA) POSSA ESSER CONSIDERATA NELL'AMBITO DELLA CULTURA ARGOMENTO DI PREGIO.


Prima ogni via, ogni piazza, ogni vicolo della città offriva il servizio di questi artisti che, con la loro creatività, potevano soddisfare ogni ambizione recondita dei loro vezzosi clienti: molti fotografi progettavano appositi sfondi dipinti per sottolineare lo status sociale di un soggetto importante. In genere tanto più umile era l'estrazione sociale di un soggetto tanto maggiore era il suo desiderio di splendore quando si faceva ritrarre, ecco perché gli affari di uno studio fotografico aumentavano a volte in proporzione diretta con la fastosità che poteva offrire al cliente.

Oggi tutto è cambiato, con la nostra macchina digitale possiamo ritrarci in ogni luogo ed in ogni occasione, immersi nel pittoresco giardino della nostra villa piuttosto che alla guida di una formula uno o intenti in un lancio col paracadute... etc. etc. etc. Dunque possiamo definirlo oramai un “ANTICO MESTIERE” infatti, ora mai, con la digitazione e con quanto possa di meglio trovarsi, grazie alle perfezionamento che la tecnica ha acquisito nella nostra era, non è più comune poter trovare studi fotografici dove tendaggi, colonnine e tappeti erano gli indispensabili elementi di correndo degli sfondi coreografici dipinti, in genere tesi a dare l’idea di un ambiente allo stesso tempo rispettabile e ricco.
M.G.

Il Banditore - Candu v'era di da lu bandu -





A CURA DI GIOMMARIA  PULINA

Chiedo scusa perchè non sempre dico delle cose esclusivamente sassaresi; ciò perchè i miei ricordi giovanili sono oltremodo legati a Ploaghe, mio paese di nascita, dove passavo parte della giornata, i giorni festivi e le vacanze. Nel periodo dei miei studi ginnasiali e liceali eravamo in guerra, o la stavano preparando, per cui, salvo due anni, ho fatto il pendolare. Comunque anche a Ploaghe c'era la figura del "su bandidore", come credo ci fosse in tutti i centri. Anzi a Ploaghe, nel periodo immediatamente precedene la guerra, ce ne erano due: uno si chiamava Barore e l'altro Giovanni (i personaggi sono reali ma i nomi sono inventati). Tra i due non c'era soltanto una competizione professionale ma anche una contrapposizione politica. Infatti il primo faceva parte della parte politica capeggiata dal Podestà mentre l'altro era più vicino alla minoranza silenziosa contrapposta, cioè antifascista. Ovvio che il primo riceveva incarichi dai fascsti ed il secondo dagli antifascisti. Il "bandidore" , che si annuciava con uno squillo prolungato di tromba, iniziava il suo lavoro di buon mattino per comunicare alla popolazione che in tale macelleria si poteva comprare dell'ottima carne di vitello, in un'altra della freschissima carne di pecora, mentre nel primo pomeriggio del venerdì, giorno in cui avveniva la macellazione del bestiame, informavano quale fosse la macelleria che offriva il miglior zimino, il miglior sanguinaccio o altro ventrame. Il venerdì mattina, che allora era giorno di magro, indicava la piazza dove avrebbe sostato il pescivendolo che offriva pesce appena pescato, di ottima qualità e a prezzi. In quest'ultimo caso scompariva la contrapposizione politica che veniva sostituita da una specie di asta pubblica perchè ognuno dei due offriva per un certo prezzo (si trattava di compensi che variavano tra una o due lire) uno o due suoni di tromba per ogni fermata e un certo numero di fermate lungo tutto il paese. Spesso i forestieri anche per non scontentare nessunoi dei due incaricavano entrambi dividendo in due il paese e affidando un eguale incarico a ciascuno. Un partcolare storico. A Barore, mi pare fosse il 1936, nacque un figlio e, tramite il Podestà ed il Segretario Politico, chiese che Padrino di Battesimo fosse il Conte Galeazzo Ciano, genero di Mussolini. Voi non ci crederete ma la cosa andò a buon fine, naturalmente tutto avvenne per procura, e Barore da quel giorno quando nominava il Conte Ciano lo chiamava "compare Galeazzo". Fino alla caduta di Mussolini.  Grazie per l'attenzione.



 ( A CURA DI MANUELA TREVISAN )  Il banditore è una figura tipica nei paesi della Sardegna (qualcuno degli anziani la ricorderà anche per le vie di Sassari) ancora fino alla metà del xx secol: era un dipendente comunale al quale venivano delegate alcune funzioni, la più importante delle quali era quella di rendere noto alla popolazione un bando dell'amministrazione comunale (ghettai lu bandu - jittà lu bandu "gettare il bando").
Il banditore, però poteva essere impegnato anche per comunicare alla popolazione altre notizie di interesse pubblico o per notificare a privatati avvisi dell'amministrazione comunale. Tradizionalmente espletava il proprio compito principale facendosi precedere dal rullo del tamburo o dal suono di una trombetta, al quale seguiva la comunicazione che generalmente "lanciava in lingua sarda o in dialetto, a secondo di dove operava.
Niente di nuovo era stato inventato, fin dal medioevo, dall'epoca dei romani e quella dei greci per andare a finire, a ritroso, fino all'età del bronzo, questa figura non ha mai mancato di espletare il suo compito di divulgare le notizie, proclami dei potenti, ma anche no!!





A CURA DI MARIO GRIMALDI -  



Questa curiosa foto, riesumata tra tante altre vecchissime, sicuramente testimonia un'antica attività che - almeno si riteneva - era destinata al sesso maschile ma anche, in alcuni casi e periodi, effettivamente esercitata anche dal gentil sesso.
Che dire: a meno che, considerato che questa donzella è attorniata da militari, non si tratti - eventualità pressoché impossibile - di una "tamburina dell'esercito" sarei propenso a pensare che l'antico mestiere del " banditore" fosse esercitato anche dalle donne....
"Quien sabe!!!




Provo a scriverlo in Sassarese - Raccontato da mia madre. - Tempo di guerra. Comunicato alla cittadinanza. 

Lu podestà infoimma tutti chi no si po' iscì da gasa da istha notti finza a dumani a manzanu a li setti. Bisogna tinì tutti li luzzi ischudaddi e li barrschoni sarradi. In casu di bumbarrhamenti la ienti po' isc' soru pa' andà a lu riffuggiu più affaccu. Tutti chissi chi venini acciappaddi in carrera senza autorizzazioni, abarani ad assè pruzzissaddi e cundannaddi a trabaglià pa dui cheddi gratis in la campagna di lu Regnu. Eu v'aggiu avvisaddu. Bona notti a li sunadori e ga sìè visthu s'è visthu.








martedì 9 febbraio 2016

FEUDO E SOCIETA' - LA CASTELLANA -

A cura di: Mario Grimaldi

La società feudale era una società maschile, in cui le donne non avevano nessuna delle libertà che oggi riteniamo fondamentali: non potevano ereditare il patrimonio dei genitori, non potevano scegliere il marito, sposandosi portavano allo sposo una dote di cui solo lui poteva disporre. Le dame appartenenti alle grandi famiglie tuttavia, godevano di alcuni privilegi che addolcivano la loro condizione. Il più importante era il rispetto di cui erano circondate: un’offesa fatta a una donna era la prima ragione dello scatenamento di una faida ergo nessun uomo assennato osava compiere un atto cosi grave.Un altro privilegio era la cultura: mentre gli uomini, impegnati fin da piccoli nel duro mestiere delle armi, erano quasi tutti analfabeti, le donne imparavano a leggere e scrivere, conoscevano il latino, erano grandi lettrici, sapevano suonare e cantare.

Nelle case reali, dove si riteneva fondamentale un certo grado di istruzione per il principe ereditario, erano le regine che si occupavano della sua educazione.L’ultimo elemento che giocava in favore delle donne di rango era dato dalle continue assenze del marito. Sempre preso tra guerre, razzie, cacce e tornei, il castellano era costretto ad affidare il castello alla moglie e, se questa era una donna di carattere, ecco che da semplice moglie del signore diventava la vera signora del Castello.
Erano dunque le donne che, quando lo sposo era lontano, davano gli ordini alla servitù, gestivano il patrimonio di famiglia, amministravano la giustizia, esercitavano le attività caritatevoli, fondamentali per il prestigio del castellano e, in caso di estremo pericolo, coordinavano addirittura alcune delle delicate operazioni per contrastare un assedio: approvvigionare velocemente di viveri il castello, sistemarvi all’interno i contadini in fuga e provvedere addirittura a rinforzare le difese.
Insomma avevano il loro da fare.
@mariogrimaldi.




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