martedì 9 febbraio 2016

FEUDO E SOCIETA' - LA CASTELLANA -

A cura di: Mario Grimaldi

La società feudale era una società maschile, in cui le donne non avevano nessuna delle libertà che oggi riteniamo fondamentali: non potevano ereditare il patrimonio dei genitori, non potevano scegliere il marito, sposandosi portavano allo sposo una dote di cui solo lui poteva disporre. Le dame appartenenti alle grandi famiglie tuttavia, godevano di alcuni privilegi che addolcivano la loro condizione. Il più importante era il rispetto di cui erano circondate: un’offesa fatta a una donna era la prima ragione dello scatenamento di una faida ergo nessun uomo assennato osava compiere un atto cosi grave.Un altro privilegio era la cultura: mentre gli uomini, impegnati fin da piccoli nel duro mestiere delle armi, erano quasi tutti analfabeti, le donne imparavano a leggere e scrivere, conoscevano il latino, erano grandi lettrici, sapevano suonare e cantare.

Nelle case reali, dove si riteneva fondamentale un certo grado di istruzione per il principe ereditario, erano le regine che si occupavano della sua educazione.L’ultimo elemento che giocava in favore delle donne di rango era dato dalle continue assenze del marito. Sempre preso tra guerre, razzie, cacce e tornei, il castellano era costretto ad affidare il castello alla moglie e, se questa era una donna di carattere, ecco che da semplice moglie del signore diventava la vera signora del Castello.
Erano dunque le donne che, quando lo sposo era lontano, davano gli ordini alla servitù, gestivano il patrimonio di famiglia, amministravano la giustizia, esercitavano le attività caritatevoli, fondamentali per il prestigio del castellano e, in caso di estremo pericolo, coordinavano addirittura alcune delle delicate operazioni per contrastare un assedio: approvvigionare velocemente di viveri il castello, sistemarvi all’interno i contadini in fuga e provvedere addirittura a rinforzare le difese.
Insomma avevano il loro da fare.
@mariogrimaldi.




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domenica 10 gennaio 2016

SASSARI: ricordi dei ricordi.




Da viale Italia arriviamo all' Emiciclo Garibaldi 

Quanto state per leggere è stato scritto da Angelino Tedde ( storico dei sistemi educativi, laureato in lettere si è dedicato alla ricerca universitaria insegnando Storia della scuola presso l'università di Sassari) e pubblicato sulla "Nuova Sardegna" in data del 13 agosto 1968.

" L’emiciclo Garibaldi è un porto di mare: pullman che arrivano, pullman che partono. Una folla fluida, ora numerosa e variopinta, ora sparuta e monotona occupa a tratti l’enorme semicerchio, vera arteria di Sassari.
      E Mazzini se ne sta lì a guardare, noncurante della folla, dando le spalle a Vittorio Emanuele che lo tiene a bada da Piazza d’Italia, sua reggia.
     Lo sdegnoso genovese guarda i giardini e le macchine che quasi gli sfiorano il naso; si gode l’ombra delle palme e i colori del suo prato inglese, se ne sta fermo, privo d’iniziativa, solo, in mezzo all’emiciclo che non è suo, ma di Garibaldi che, ironia della sorte, anzi dei sassaresi, è monumentalmente assente.

Emiciclo Garibaldi - 1921

Garibaldi però c’è, ma in incognita. A volte lo si nota seduto in qualche panchina dei giardini; a volte lo s’intravede nell’andatura dei paesani dal passo garibaldino. L’eroe dei due mondi non lo si vede chiaramente, ma è presente, guida le folle del suo emiciclo e le fa marciare queste folle, varie a secondo dell’ora. E a causa di questa marcia di uomini, di donne, di giovani, l’Emiciclo Garibaldi a tratti sembra una giostra. Una giostra che quando si ferma bizzarramente crea il caos. I pullman all’emiciclo stanno in qualsiasi posizione, si rendono conto di essere padroni, per quanto defraudati dalle abusive, che da tempo hanno preso confidenza con essi, per niente infastiditi. Le abusive familiarizzano, s’intrufolano, e a dispetto del monumento semovente dei vigili urbani, fanno i comodi loro. Di motocicli poi se ne vedono di tutti i tipi sul naso e sul groppone dei pullman: hanno preso confidenza anch’essi coi grossi pachidermi azzurri.

        A momenti all’emiciclo non è possibile collocare uno spillo. Un affettuoso abbraccio a tutti, uno spintone a qualcuno, uno scontro con più di una “magistralina”. Già, perché l’Emiciclo senza l’Istituto Magistrale la più rispettabile agenzia matrimoniale di tutta la città, non sarebbe l’emiciclo. Studenti di tutte le scuole, universitari di tutte le facoltà, in attesa delle avvenenti fanciulle che studiano con vivo impegno in quelle salde e vecchie mura. Al mattino queste ragazzine variopinte si affrettano da tutte le parti: giungono a schiere dalla stazione ferroviaria, da via Brigata Sassari, da via Carlo Alberto e intasano letteralmente la corona semicircolare. Tutte frettolose vendono simpatia, sorrisi, brevi sussulti al cuore di chi a vive spinte deve passare per recarsi al lavoro o soltanto per ritornare sui suoi passi. Dalle otto alle nove l’Emiciclo è in mano alle studentesse: si tratta di un’occupazione pacifica, gradita, contraddistinta da una sensibilità cromatica raffinata e ispiratrice. Nelle altre ore l’emiciclo è in mano ai paesani. Dialoghi in sardo s’incrociano allo scanzonato dialogare in sassarese degli autisti delle corriere in sosta, eterni bevitori di caffè.
Emiciclo Garibaldi 1962
      Non è assente la musica e il colore all’Emiciclo: due cose che le bancarelle degli ambulanti vendono gratis a chiunque, insieme alle costose bambole, agli accendisigari, ai ninnoli portafortuna. E non mancano in mezzo a quella baraonda i tipi che danno il tocco. Antonino è sempre lì, gentile portabagagli e punto di riferimento per i pullman della SCIA.
     In mezzo al mare in tempesta: la gente all’emiciclo giunge a ondate. Né manca l’ufficio informazioni: informazioni sportive naturalmente. E’ l’ufficio dell’edicolante, che vende le notizie gratuitamente ogni lunedì alla stessa ora.
        Un mio caro amico non fa che dire peste e corna dell’Emiciclo, ma io non sono del suo parere, lui ci abita, poveretto: io ci passo frettolosamente o tutt’al più entro nel bar Sanna per farmi servire il caffè, da un cameriere piccolo, ma che in fatto di caffè è più che grande. Ad ogni buon conto, per quanto frettolosamente all’emiciclo ci passo volentieri. Ivi ritrovo i miei sogni di studente spensierato e non di rado qualche compaesano che olezza di formaggio pecorino e di lentisco: grati ricordi della mia infanzia e non solo della mia, ma di una buona metà dei sassaresi. Solo di notte l’Emiciclo riposa impregnandosi d’aroma campestre. Ed è proprio allora che Garibaldi lo si può incontrare mentre scambia quattro chiacchiere con Mazzini e fa ciao a Vittorio Emanuele, che da Piazza d’Italia, solenne più che mai e un tantino sospettoso, gli risponde col saluto di “Salve, Generale”.


Angelino Tedde




venerdì 8 gennaio 2016

PLATAMONA NASCITA E DECLINO

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 A cura di Sassari storia Eventi 



















Sassari storia C'era. Presenti alla mostra "PLATAMONA NASCITA E DECLINO" Approfondiremo questo argomento durante la settimana. Nella foto insieme al famoso storico dell'arte, il Dott. Alessandro Ponzeletti vediamo i ns/ amici certificati di Sassari storia Mario Grimaldi e Paolo Grindi. La nostra S/ra Manuele Trevisan si scusa per la mancata presenza giustificata da un improvviso contrattempo che l'ha trattenuta a Verona.

Da sin.  Mario Grimaldi - Alessandro Ponzeletti - Paolo Grindi

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mercoledì 16 dicembre 2015

Gegia e il Natale - di Elisa Casu




A cura di  -  Elisa Casu 


Gegia e il Natale
                       


“Eh tiu Michelinu, tiu Michelinu”, sospirava preoccupato il medico condotto del paese mentre osservava la colonnina di mercurio che si fermava sempre troppo in alto misurando una pressione arteriosa non proprio bassa. Si tolse cosi il fonendoscopio dalle orecchie e serio in volto guardava prima il vecchio e poi la moglie, Tia Buciana. L’uomo al contrario del dottore appariva rilassato, anzi contento tra un singhiozzo e l’altro, traccia del suo cannonau preferito, quello regalatogli da compare Attiliu. Tia Buciana se lo guardava a labbra serrate e occhi chiusi, quasi grugnendo e premendo le flaccide e bianche braccia sui corposi fianchi sibilò:“Micheli’ una cosa ti naro o lassasa sa tazza o a Natale abberimusu prima a Gegia e a daboi a tie” ( Bada a te, ti dico di stare attento, lascia il vino, altrimenti a Natale ammazziamo te e la scrofa). E cosi dicendo voltava le spalle al vecchio sdraiato ancora con gli scarponi sopra il copriletto matrimoniale , riprendendo a impastare il pane sopra la mesa ( tavolo) in cucina.

Insomma da quel giorno i destini di Tiu Michelinu e della scrofa di casa, Gegia per l’appunto rischiavano seriamente di incrociarsi.
Si avvicinava ormai il Natale e l’attenzione verso la povera Gegia cresceva sempre di più, le razioni del mangiare aumentavano e lei mentre Tia Buciana rovesciava le bucce di patate e gli avanzi di carne dal secchio, arricciava contenta il suo codino rosa, convinta dei buoni sentimenti dei suoi padroni verso di lei. Dalla visita del dottore Tiu Michelinu si era impegnato, sotto giuramento, a sollevare meno bicchierini di vino verso la bocca. Tia Buciana iniziava a essere soddisfatta di lui, a volte gli faceva tenerezza. Lo osservava mentre andava a trovare Gegia, all’inizio un po’ moscio, ma poi osservava con soddisfazione che l’uomo ogni volta che tornava dalla porcilaia era sempre più contento, anche il colorito del viso era sempre più acceso e tia Buciana iniziava a mettere da parte i suoi sensi di colpa.
L’affetto di tiu Michelinu per Gegia cresceva a tal punto che una notte non torno’ proprio dalla visita al maiale. Tia Bucina rigirandosi nel letto si accorse del cuscino vuoto di Tiu Michelinu e spaventata usci fuori in vestaglia.
“Sant’Antoni meu, eh itte è suzzessu, coro meu!”( Cuore mio, cosa è accaduto?) e gridava: “ Micheli. Micheli” ma niente, silenzio assoluto. 
Col forcone in mano si decise a raggiungere Gegia, e cosa vide quando entrò nel fienile sotto la tettoia della porcilaia: Gegia addormentata beatamente e a fianco a lei Tiu Michelinu bello rilassato con a fianco un piccolo fiasco di vino. Non vi voglio annoiare nel descrivervi i particolari della scena che ne segui, sappiate solo che dalla casa si intravedevano sotto il chiarore della luna Tia Buciana col forcone che inseguiva un Tiu Michelinu che provava, senza riuscirci a fuggire dalla moglie.
Arrivò il giorno della festa di Gegia, Tia Buciana diede a Tiu Michelinu e compare Attilio il piatto in ferro smaltato bianco e i coltelli per dare il ben servito alla povera Gegia. Tiu Michelinu sospirava ma l’idea di una buona salsiccia al finocchietto selvatico e del gustoso pane untinadu sembrava lo tirassero su di morale anche se ormai era diventato un grande amico di Gegia.
Il giorno di Natale, l’uomo e la sua famiglia apprezzarono la croccante carne di maiale e il profumo faceva sostare i cani fuori dalla porta speranzosi di mangiare anche loro dal lauto banchetto.
Tia Buciana si guardò il marito e pensò: però meno male fit dippiaghidu pro Gegia ( meno male era dispiaciuto per Gegia), e sorrise guardando i pochi denti di Tiu Michelinu che affondavano nella cotenna croccante del maiale arrosto.
GEGIA
Dopo Natale ogni giorno Tiu Michelinu andava a trovare compare Attiliu, sotto l’occhio vigile di Tia Buciana. E appariva contento, e contenta era anche la scrofa di tiu Attiliu che arricciava il codino ogni volta che lo vedeva. Tiu Michelinu aveva il permesso di compare Attiliu, di occuparsi della scrofa, anche perché in realtà Tiu Michelinu l’aveva pagata a suon di soldoni (di nascosto) a Tia Buciana, o meglio aveva comprato la scrofa di Compare, Gisella passandola per Gegia, che contenta aspettava ogni giorno il suo padrone. La scrofa era contenta di aver superato il Natale e Tiu Michelinu felice di poter gustare di nascosto del vino messo generosamente a disposizione da Compare Attiliu, tenuto ben nascosto dietro la porcilaia, e poter cosi brindare che il destino suo e della scrofa si fossero incontrati oltre ogni nefasta previsione.        
           

venerdì 4 dicembre 2015

LA GIOVANE AMAZZONE


A CURA DI: Elisa Casu
                                       

Narrare la Sardegna




La ragazza osservava incantata il luccichio del suo uncinetto che nervosamente infilava e sfilava tra le rade maglie della sciarpa di lana che stava ultimando, luccichio che ricordava tanto uno spiritello saltellante che stregava l’atmosfera tutto intorno al camino. Era l’unico momento di riposo che la giovane si concedeva la sera, fermando il tempo delle faccende domestiche e del lavoro sui campi, sempre inchinata a raccogliere i frutti della terra colorati dal sole e coperti dalla polvere, ormai turgidi e maturi al tatto delle sue delicate mani.
Ogni giorno al ritorno dalla campagna l’aspettava l’odiata scopa, il tinozzo con l’acqua mischiata all’aceto per disinfettare e profumare la grande stanza del casolare di campagna. Ma la casa era la sua prigione, era assai felice infatti quando stava all’aperto, anche al freddo e al gelo, poco importava. Era bramosa di respirare l’aria frizzante che arrivava dalle montagne appena innevate del Gennargentu.
Questo era il suo paradiso, una vecchia panca posta a fianco della porta di legno della casa, luogo privilegiato da cui contemplare l’immenso panorama della vallata che si apriva ai suoi occhi, che dava ad un certo punto finalmente spazio alle colline che leste si arrampicavano lasciando poi spazio alle montagne. Gli uliveti ordinati e folti lasciavano cosi posto ad irti boschi selvaggi che pareva celassero con gelosia i segreti dei loro aliti e dei gemiti di vita e di morte, consumati al riparo di un lentischio e di un cespuglio profumato di bacche di mirto. 
La ragazza osservava la montagna con desiderio, quasi vergognandosi dei suoi pensieri che si addentravano tra i sentieri e le caverne nascoste dell’enorme rilievo roccioso.
Il padre, unico affetto, con cui condivideva la sua giovane vita, era assai geloso di lei, della sua bellezza, delle labbra carnose, delle folte sopracciglia nere che incorniciavano quegli occhi vispi neri anch’essi più della pece, e desiderosi più che mai di scoprire, di fuggire.
Il paese era noto per la sagra delle castagne che immancabilmente ogni anno si ripeteva. Il frutto carnoso abbondava nelle campagne del padre della ragazza, e a giorni sarebbero arrivati gli uomini per la raccolta. Per la prima volta la ragazza pensava al loro arrivo con euforia, calore, immaginando già i loro corpi bronzei chinati a raccogliere gli spinosi frutti. In fin dei conti anche lei si sentiva un pò come quelle castagne, fuori ispida, dentro dura di carattere, ma che al calore del fuoco dell’amore avrebbe certamente donato la sua profonda dolcezza.
Il padre la rapì alla realtà: era ormai ora di pranzo, aveva fame e le mani ancora sporche e bluastre dalla raccolta delle olive. L’uomo aveva un solo desiderio lavarsi e mangiare, al tavolo che puntualmente la figlia imbandiva, stavolta con grosse fette di pane nero da inzuppare nella cremosa zuppa di ceci che ribolliva sulla pentola, sopra la brace del camino. Mentre addentava con avidità la fetta di pane, senza alzare lo sguardo si rivolse con autorità alla figlia: “ Crasa benin sos pizzinnos , preparanos s’usthu e lassalu fora , chi benzo deo a lu leare! Abbaida a tie, no bessas e no andes a caddu”! (domani verranno i ragazzi, prepara il pranzo e lasciarlo fuori dall’uscio, non uscire e non cavalcare).
La figlia, fece di si con la testa ma i pensieri seguivano un altro sentiero, e in silenzio si portò alla bocca il cucchiaio colmo della zuppa fumante. 
La gelosia del padre all’inizio la lusingava, la faceva sentire protetta e importante, ora la opprimeva. Nei mattini seduta su quella panca osservava il cielo immenso, e si perdeva a seguire i voli maestosi di un’astore , il cui nido era sicuramente fra le fessure nascoste della vetta più alta. Lo vedeva padrone di quel cieli, padrone della sua libertà. Avrebbe anche lei voluto volteggiare, librarsi nell’aria sentirsi leggera e libera. 
L’indomani i sacchi di iuta vuoti erano legati ai lati de s’imbasthu ( sella) del cavallo, la ragazza mentre buttava via l’acqua sporca dal secchio sulla canaletta a fianco del portone, osservava il padre mentre si dava la spinta sui reni per salire in sella. Amava i cavalli, ma il padre le vietava di cavalcarli, ma a volte lei lo faceva di nascosto, era diventata talmente brava che cavalcava senza sella, incurante della dolorosa tensione delle gambe nel seguire l’andatura del cavallo. Quella mattina dopo che il padre si diresse verso il bosco per raggiungere i ragazzi, lei rientrò in casa, si bagnò il viso con acqua profumata ai petali di rosa, si passò le mani lungo il collo raggiungendo l’insenatura dei suoi caldi seni. Si sentiva rinfrescata, profumata, si sentiva viva! Indossò il completo da amazzone che di nascosto le aveva regalato sua zia. Davanti allo specchio chiuse il penultimo bottone della camicia nera che a malapena conteneva il bel seno. Infilò i pantaloni di velluto e la giacca di velluto, che riprendevano la stessa tonalità della camicia. Tirò le stringhe ai gambali neri, sciolse i lunghi capelli e si ammirò allo specchio. Andò nella stalla mise le redini a Bentu ( Vento) un bellissimo esemplare di anglo arabo sardo e lesta lo cavalcò. Raggiunse il sentiero impervio che portava al bosco. A quell’ora il padre aveva già dato le consegne ai ragazzi e si era diretto dall’altra parte del monte per controllare le sue capre.
La ragazza scese da cavallo con le gambe ancora tese e doloranti dal galoppo, sentiva il suo cuore battere, strinse fra le mani le redini del cavallo accarezzandone il dorso sudato. Iniziò a sentirne le voci, scostò un cespuglio di lentischio e li vide: due corpi chinati, le spalle possenti, la nuca rossastra. Sorrise, in particolare uno di loro attirò la sua attenzione. Ne osservo le spalle, e sorridendo si soffermò sulle natiche che le ricordavano tanto la polpa dura e turgida dei pomodori caldi sotto il sole di luglio. Vide le mani del ragazzo che raccoglievano i frutti spinosi dai rami più bassi, e desiderò per un lungo attimo di essere come quel frutto spinoso tra le sue mani. Il cavallo interruppe il flusso dei suoi desideri, e si impennò spaventato da una lepre che sbucò dalla sua tana. La ragazza con fatica lo tranquillizzò ma i ragazzi si accorsero di lei, la guardarono e quel ragazzo la fissò con curiosità ammirando la visione della giovane amazzone del bosco. Si mosse per andarle incontro ma lei scappò, perdendo però il suo braccialetto di cuoio intrecciato. Il ragazzo lo raccolse, lo strinse fra le mani e lo portò alla bocca sentendone il profumo di acqua di rose.
La ragazza cavalcò, si sentiva tutt’uno col cavallo, povero Bentu incitato ad una lunga corsa fino alla riva di un rio. Qui la ragazza scese da cavallo e si buttò sull’erba ormai esausta, e rise, rise rotolandosi sull’erba bagnata. Era contenta, felice, libera. A pancia in su osservò il cielo, carico quella mattina di nuvole spazzate velocemente dal vento di maestrale e lo rivide: era l’astore che volteggiava librandosi nel vento, ma stavolta non era l’unico padrone del cielo era con un altro astore, probabilmente una femmina che inseguiva in infinite girandole d’amore.
Il padre la sera al ritorno trovò come sempre la tavola imbandita, il fiasco di vino, su pane frattau e sul tagliere un bel pezzo di lardo bianco. Come sempre parlò poco, ma osservò la figlia, la vedeva diversa. Notò i capelli sciolti ne senti il profumo di rose. Ebbe paura, senti un groppo alla gola. Fermò la mano all’altezza del mento col pezzo di pane e lardo e chiuse gli occhi, l’angoscia si impadronì di lui, ricordò la stessa espressione e lo stesso profumo della moglie quella notte. Come impazzito si alzò si avvicino da lei e presala per il braccio le chiese: “ Ses andada a caddu beru?Fisthi inie?)( Hai cavalcato vero? Sei andata da loro?).
La ragazza si divincolò da quella stretta lo guardò con sfida e serrando le labbra tirò indietro con orgoglio una lacrima calda e scappò via.
L’indomani il padre andò alla stalla, ma Bentu non c’era e non c’era neanche la ragazza. Era andata a riprendere il suo bracciale, mentre cavalcava verso il bosco l’emozione di rivedere quel ragazzo riscaldava tutto il suo giovane corpo. Raggiunse il sentiero impervio del bosco, scese da cavallo fece appena in tempo a scostare il cespuglio che sentì alle spalle una calda mano cingerle i fianchi. Con l’altra mano il bel giovine avvicinò il suo viso alla sua bocca, con denti perfettamente bianchi: era il ragazzo del bosco. Mentre il padre chiamava a squarciagola la ragazza il bosco avvolse i due ragazzi nel loro segreto, celandone gli infiniti gemiti d’amore. Mentre in cielo volteggiava ora l’astore con i suoi richiami d’amore verso la sua femmina che ,dopo tanti volteggi librando nell’aria si arrese infine al suo richiamo. Il padre sentì il grido d’amore dei due rapaci, li osservò e finalmente capi che avrebbe dovuto rendere libera la sua creatura, solo cosi non l’avrebbe persa come accadde quella notte con la moglie, per troppo tempo vittima delle sue briglie e che decise di cavalcare haimè verso quel bosco pur di 
riprendersi la sua libertà.

martedì 1 dicembre 2015

Tornei caccia cavalieri





A CURA DI: Mario Grimaldi



COMPORTAMENTI.



E' vero, non solo erano molto turbolenti i cavalieri agli ordini dei feudatari o dei castellani arricchiti che avevano comperato un titolo nobiliare , ma anche molto pericolosi nelle loro scorribande: causavano alle campagne e persino ai monasteri dei gravissimi danni... Allora si cercava di distrarli appunto con questi rodei nello svolgersi dei quali potevano sfogare tutti i loro istinti guerrieri in scontri senza esclusione di colpi fra due squadre di cavalieri opposte. Il Rodeo si svolgeva in un apposito recinto sotto l'attento sguardo di esperti, che poi premiavano i migliori, ovvero quelli che restavano in vita. In un secondo tempo furo ammesse ad assistere allo "spettacolo sportivo", anche dame e damigelle vestite con i loro abiti più belli e di fiori incoronate. 
Allo stesso modo i cavalieri erano però anche , diciamo così, distratti da una altra loro grandissima passione: LA CACCIA, che si praticava con grande dispiego di cani, battitori e suono di corni. Cacciavano soprattutto il cervo, ambitissimo anche come dono a personaggi di riguardo, e il cinghiale, pericolosissimo, che costò la vita a molti nobiluomini. Senza poter poi dimenticare la silenziosa caccia col falcone ritenuta più elegante e più simile ad un' arte che non allo sfogo di "istinti violenti".
M.G.

sabato 21 novembre 2015

Medioevo: Le nefandezze dell' INQUISIZIONE


A CURA DI : Mario Grimaldi




MANUALE DELL'INQUISITORE



Come sappiamo a Sassari vi era, presso il castello Aragonese, l’insediamento dell’inquisizione dove, in nome della chiesa, si compivano le più orrende pratiche di vessazione fisica nei confronti degli inquisiti, fossero essi colpevoli o innocenti.
Risulta addirittura che era in uso un vero e proprio 
< MANUALE DEL PERFETTO INQUISITORE >.
L’istituzione di questo aberrante tribunale nel Medioevo aveva, infatti, fatto fiorire numerosi “vademecum” che suggerivano agli inquisitori i “trucchi” per far confessare l’accusato. Ecco , di seguito, alcuni espedienti consigliati da un monaco, esperto in merito, del quattordicesimo secolo.:

“Mentre l’accusato è già legato allo strumento di tortura, l’inquisitore sfoglierà lentamente più e più volte le carte dove sono scritte le accuse, poi dirà con tono addolorato e perplesso: < E‘ chiaro che tu menti e che ho ragione io >.Però stia attento l’inquisitore a tenersi sulle generali e a non fornire mai particolari, per tenere l’accusato nella massima ansia e confusione. Per esempio dirà: < Sappiamo bene dov’eri, e quando e con chi, e quello che hai detto >.
Se l’eretico continua a negare, l’inquisitore fingerà di doversi assentare a lungo e dirà: < Guarda, ho pietà di te! Volevo proprio concludere questa faccenda e non lasciarti così sotto i ferri. Perché tu sei delicato e potresti ammalarti gravemente. Ma tu mi obblighi a lasciarti con gli aguzzini fino al mio ritorno. Mi fai pena, sai, perché non so quando riuscirò a tornare! >
Se ancora non confessa , sarà sottoposto a tortura in assenza dell’inquisitore, per tutto il tempo che egli vorrà concedere alla sua assenza. Questa assenza e un dolore fisico insopportabile, di cui non si può prevedere la durata, getterà inevitabilmente il torturato nella disperazione e, al ritorno dell’inquisitore, la confessione sarà molto probabile”.
( Non c’è che dire! un vero e proprio corso di crudeltà fisica e psicologica impartita a quei mostri scevri da ogni sorta di rispetto di ogni valore e diritto umano)
Grazie per l’attenzione
‪#‎mariogrimaldi‬