giovedì 15 gennaio 2015

Saccargia



A CURA DI: Mario Grimaldi






A circa 16 Km da SASSARI lungo la S.S. detta "direttissima per Olbia" ((in territorio di Codrongianos)), in una verde e silenziosa vallata. solitaria sorge questa basilica appunto fondata dal giudice Costantino I° di Torres e dalla propria moglie Marcusa. Venne costruita in forme romaniche da maestranze pisane. Il nome "SACCARGIA" potrebbe derivare da "s'accargia" che tradotto significa "la vacca pezzata": l'attendibilità dell'origine del nome è anche supportata dall'effige scolpita in un capitello del portico sui suoi quattro lati; rappresenta una mucca, che secondo la leggenda si inginocchiava sul dosso dopo poi venne edificata la chiesa, quasi in atteggiamento mistico (o per far offerta del suo latte ai fraticelli di un convento che sorgeva li attorno). 
Un altra leggenda è invece quella che ci racconta che il giudice Costantino e la sua sposa Marcusa, provenienti da una loro visita da Ardara e diretti a l porto di Torres, sostarono in quel convento suddetto ed in quella occasione esternarono ai frati il loro grande desiderio, che fino ad allora non erano riusciti ad esaudire, di avere un figlio; i religiosi consigliarono loro di pregare la Vergine Maria che pare ascoltò le loro richieste ed apparve in sogno a Marcusa rassicurandola che l'evento della maternità si sarebbe verificato da li a poco. Così fu e quando la loro creatura venne alla luce ordinarono di edificare la chiesa per ringraziamento e riconoscenza nei confronti della Madonna. 
L'Abbazia donata ai Camaldolesi fu consacrata nel 1116. 
M.G.



mercoledì 14 gennaio 2015

Piroscafo Postale 1836.




A CURA DI: Antonio Carta






(Da il libro di Francesco Bua  < IL LICEO AZUNI >)
"Piroscafo postale. Nell'estate del 1835 la vaporiera Gulnara collegò per la prima volta Porto Torres con Genova. Vittorio Angius la descrive come " un battello a propulsione laterale mediante ruote a pale, con ciminiera altissima quasi quanto l'albero di prua le cui vele venivano allora impiegate in aggiunta alla forza delle macchine ", in seguito sulla stessa rotta fu aggiunto il piroscafo Ichnusa e quindi nel 1841 un terzo battello più grande e moderno, il Tripoli. La traversata da Porto Torres durava 23 ore, mentre mentre per chi partiva da Cagliari ne occorrevano 38. Prima dell'era dei battelli a vapore la durata del viaggio variava a seconda delle condizioni meteorologiche e, soprattutto nei mesi autunnali e invernali, poteva arrivare fino ad un mese e mezzo. L'introduzione della macchina a vapore ha dato maggiore regolarità ai trasporti marittimi e terrestri e riducendo i tempi di percorrenza, ha contribuito al diffondersi della rivoluzione del ' 48 in europa."




lunedì 12 gennaio 2015

Breve ma intensa amicizia : come la si intendeva qualche decennio addietro.


    Se nell'anno in cui è stata scattata questa foto l'avessimo potuta pubblicare su facebook avrebbe sicuramente dato l'impressione di un fotomontaggio, infatti era veramente raro potersi immortalare con dei ragazzi di colore, io, per esempio era la prima volta che ne vedevo girare per Sassari.


  Conobbi questi due ragazzi ,con i quali abbiamo posato per questa foto, insieme ai miei parenti, per lo scatto effettuato presso il giardino di casa mia (Via Usai), che passeggiavano in Piazza Castello: ebbene, immediatamente non persi l'occasione di avvicinarli per socializzare con loro. 

    Appresi che facevano parte di una compagnia di ballo camerunense che si sarebbe dovuta esibire presso il teatro Verdi di Sassari. Non persi tempo e li invitai a prender un caffè  a casa mia per poterli presentare ai miei; dal caffè si passo al pranzo e alla cena e non solo per quel giorno perché non li mollai più. Non solo, dopo pochi giorni, una volta acquisita la giusta confidenza, la compagnia di invitati fu più numerosa, in quanto si aggiunsero altri membri tra ballerini e ballerine loro compagni d'arte.

    Il rapporto si verifico per me tanto forte che mi fu difficile di accettare la loro partenza, sapendo che non li avrei rivisti mai più. Piansi , al momento della loro partenza, per oltre una settimana per la coatta perdita di quegli occasionali amici con i quali si era radicata una amicizia vera e propria.



    Di loro mi rimasero solo alcuni regali. tra i quali delle tuniche africane ed alcuni oggetti esotici, a parte il ricordo che ancora conservo. Parlavano in maniera eccellente il francese.

(Io sono quel ragazzino in basso a sinistra col ciuffo ribelle e inginocchiato a fianco del giovanotto dai capelli crespi). 



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domenica 11 gennaio 2015

La CAVALCATA



E quando negli anni 60 c'era l'Evento Cavalcata sarda...... cesss... umbè di jenti. Tutti all'emicicolo... ajò.
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venerdì 2 gennaio 2015

Un pezzo di storia dell'arte.

A cura di Don Esteban Palmas 


Questo pezzo di Storia dell'Arte della Mia Terra , arrivò a me, forse perchè il destino così ha voluto , anni fa dopo la morte di una mia anziana prozia . Ritrae in foto il secondo, dopo mio Zio Stanis Dessy, dei miei Miti, Giuseppe Biasi. Ritratto, ancora giovanissimo, in foto d'arte, allora era proprio così, dal Fotografo Cossu Fadda. Su commissione dei suoi amici di allora, che firmarono tutti la stampa, presumibilmente per celebrarne i successi, già conseguiti, nonostante la giovane età. Infatti, era già noto anche oltre Tirreno, come disegnatore di note testate giornalistiche dell'epoca . Notate la cornice Liberty, attribuibile ,sicuramente, ai suoi amici Fratelli Clemente, recante la data 1904 e la dicitura N.P., Notabili Persone, giunta a me purtroppo già danneggiata. La foto che oggi vi mostro, come potrete osservare, non ha il vetro . Infatti, non molto tempo addietro, una sera, dopo esser stato tanti anni appeso, con la sua corda di canapa originale, nel mio Studio/laboratorio, la corda si ruppe ed il quadro rovinò su un mobile situato al disotto di esso. Il vetro originale pesante e spesso, sicuramente proveniente dalla vetreria Silvetti, si ruppe ed ancora non è stato da me sostituito. Ho interpretato questo segno del Destino come un messaggio che il mio Vate, G.Biasi, voleva mandarmi. Perfino lui era stanco di quell'immobilismo al quale era stato relegato. Chissà se sarà stato contento del casino che ho fatto, nella Sua Sassari , con le mie sculture ? e chissà cosa si stanno dicendo lassù, lui e il mio grande zio Stanis Dessy?   Magari a mio Nonno Stefano Palmas, che è un po più in là, stanno dicendo :  "ebbè compà ! e già la fatta la mostra tuo nipote ! e giù a ridere tutti e tre."

Un Saluto affettuoso a Tutti Voi e Un Caro augurio di Buon 2015 dal Vostro.........

Don Esteban Palmas, alias Corona di Re Mani.
 

lunedì 29 dicembre 2014

AZUNI - DI Giovanna Sale




Cenni storici: 
Prof/ssa Giovanna Sale






Questo fu il primo monumento innalzato in Sassari in onore di un cittadino illustre; venne ideato nel periodo precedente l'epidemia di colera che travagliò la città nel 1855(morirono più di cinquemila abitanti su una popolazione censita di venticinquemila), il monumento sorse - per iniziativa delle autorità civiche, dei rappresentanti l'alta cultura nonché della gioventù studentesca - 
al centro della piccola piazza di forma triangolare laddove si era resa disponibile l'area in seguito dell'abbattimento della chiesa di Santa Caterina ,allorché ritenuta decadente e malsana, avvenuto nel 1857. Ad un discreto scultore di Genova (tal RUBATO) venne commissionata la realizzazione del marmo commemorativo che venne scoperto il 13 agosto del 1858; luccicò così l'epigrafe:
PER IMPULSO
DELLA GIOVENTU' STUDENTESCA
DIRETTA DA DETTA COMMISSIONE,
CONFORTATO DA PUBBLICHE
PRIVATE OFFERTE
(QMS -questo monum. sorse) Q. M. S.

Ed ecco, così, che la statua di D. A. Azuni da allora occupò lo spazio di quella piazzetta che, per la sua forma, ricorda la prua di un mercantile che segue la rotta in direzione di Porto Torres.

Il signore, il segretario, la locandiera.


A CURA DI : Mario Grimaldi


    A volte la storia che cerchiamo di raccontare, sulla base di fatti sentiti durante l’infanzia dai nostri vecchi, oppure letti chi sa dove, sprigiona la nostra fantasia, mossa dalla voglia dell’immaginare il come, tantissimi anni fa, si svolgeva ed evolveva la vita dei nostri predecessori. Ed ecco che la mente elabora quelle che io chiamo “Fantasie storiche” (anche se il tutto parrebbe una chiara antitesi: se fantasia è non può esser storia!) utili però per farci sognare e viaggiare, a ritroso nel tempo. Come tale, dunque dobbiamo accettare quanto sto per raccontare: un aneddoto recuperato da chi sa quale racconto o lettura appresi durante l’infanzia e gelosamente conservati nella cantina dei ricordi.... 
    Non so, forse intorno al 1800 Porto Torres era una cittadina portuale ricca di traffici. Pelli, tabacco, legname e molte altre mercanzie costituivano il traffico ogni giorno. Navi che scaricavano merci e navi che ne imbarcavano altre. Dall’alto i Gabbiani assistevano al benessere di gente impegnata in attività commerciali di ogni genere. I cavalli aspettavano fuori dalla “banca”, fuori dalle taverne, fuori dalle officine dove, uomini e donne, si scambiavano mercanzie, soldi e di certo “ALTRO”. In sella a due maestosi cavalli, un gentiluomo sassarese accompagnato dal suo segretario (che altri non era che un figlio del popolo con il quale il nobile, fin dall’infanzia aveva trascorso, in grande amicizia., la sua vita < questo però non era bastato a modificare i modi popolani del fraterno amico un po bifolco>), provenienti da Sassari fecero ingresso nella cittadina turritana ivi spinti per concludere alcuni affari. La strada principale, in quel sabato mattina, era gremita dalle persone più diverse: bambini sudici giocavano nei numerosi guazzi d’acqua piovana ai bordi della strada; beghine dalle lunghe gonne nere si muovevano quasi in processione verso la chiesa; mentre eleganti uomini d’affari, come formiche bianche su un campo bruciato, si distinguevano tra una moltitudine di persone abbigliate con semplicità. I nostri amici, poichè si appropinquava l’ora di colazione, notando verso la fine della strada una familiare insegna di una taverna, reputarono opportuno rifocillarsi dopo la loro lunga cavalcata, prima di compiere il loro doveroso onere per il quale erano giunti in città. Appena sceso di sella, il gentiluomo fu attratto da una donna bionda e dall’aspetto matronale che, armata di ombrellino gli era passata davanti. L’intensa fragranza del suo profumo e il sgargiante colore degli abiti aderenti che indossava risvegliarono nell’uomo una passione mai troppo sopita nonostante la sua mezza età. Vedendo che la donna gli aveva lanciato uno sguardo ammiccante, il gentiluomo non seppe trattenere il proprio ardore e, dopo un ammirato inchinino esordì, sfoggiando il suo miglior sorriso con una frase, chiaramente stereotipo di collezione: “Signora, la vostra bellezza offusca anche la più splendida rosa che sia mai stata colta”. La donna, visibilmente lusingata da quelle gentili parole, rispose abbozzando un sorriso, che subito dopo nascose dietro l’ombrellino rosa. Il tutto continuava a svolgersi sotto gli occhi del segretario, occhi che lampeggiavano di invidia mista ad imbarazzo popolano, quando ad un certo punto l’ardito e nobile dongiovanni estrasse dalla tasca, come per magia, un piccolo cofanetto di metallo e supplicò la signora di accettare in dono quel piccolo carillon. Lo strumento una volta aperto, diffuse nell’aria le dolci note del rondò della sonatina numero cinque di Muzio Clementi. Le guance della donna si venarono di rosso mentre estasiata da quella dolce musica, si portò la mano destra sul cuore. Fu allora che la procace Signora, dopo aver chiesto da chi venisse quell’omaggio e avendo appreso il nome e il titolo del gentiluomo che reputo ben adeguato alle sue buone maniere, si presentò anch‘ essa rivelando il proprio nome e la fortuita circostanza che la vedeva essere la padrona della locanda e che per tale motivo si sentiva onorata di invitare a colazione i due inaspettati nuovi amici che, più che volentieri, furono lieti accettare l’invito.
< (la signora era una piacente donna, intorno alla quarantina, il cui viso truccato con molta cura era appena percorso da qualche piccola ruga. Si seppe in seguito che la vita, in realtà, non era stata troppo tenera con Lei. A soli sedici anni, Beatrice - cosi la chiameremo con nome di fantasia - era stata mandata a servizio da un altro nobiluomo di Sassari. In realtà in quella casa, oltre ad aver assolto quotidianamente i doveri di una donna di servizio, aveva anche condiviso i piaceri del talamo con il suo datore di lavoro e l’affezione si era poi trasformata in amore, tanto che sul punto di morte il suo padrone l’aveva sposata lasciandola erede di ogni suo bene. Solo allora, un fratellastro della signora, un uomo che svolgeva una vita poco cristallina dal punto di vista della legalità, si ricordò di lei e così, nelle rare occasioni in cui le faceva visita, non perdeva tempo per vessarla e e spillarle ingenti somme di denaro. Ora la vedova divenuta nel frattempo padrona di quella locanda, godeva di una certa tranquillità economica, che solo a causa del congiunto non consanguineo non poteva definirsi vera agiatezza)>.Limitandomi a quanto riportato e non volendo entrare in particolari poco convenienti, mi preme dire che quello di quel giorno, in quel di Porto Torres, fu un incontro importante per i nostri personaggi: L’astuto gentiluomo tenne per se come amante la bella signora (dopo averla indotta a vendere la locanda) e la condusse a Sassari dove abito per molti anni, da allora, in qualità di moglie, fedele sposa, del suo fraterno amico e segretario. Dei nostri ignoti protagonisti di questo aneddoto che possiamo definire “Una fantasia storica” che ci accompagna in questi ultimi giorni dell’anno 2014, sicuramente non si vuole ricercare ne una morale ne una moralità per allora improbabile, ma corre l’obbligo di dire che, una volta estintasi la nobile famiglia sassarese alla quale apparteneva il nostro gentiluomo, continuano ad usufruire di tutti i suoi beni di sempre i figli che la bella signora seppe dare a lui e al suo segretario.. Purtroppo non furono in grado di acquisire il casato e fregiarsi del titolo, ma constà che, ancora al giorno d’oggi, i loro discendenti, invisibili e sconosciuti al mondo dei nobili, siano abbastanza ricchi e rispettati ma anche ignari delle loro origini e inconsapevoli che quanto tutto di loro pertinenza gli sia stato donato da una bella e generosa locandiera.
  • Mario Grimaldi.